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Jago

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Jago, artista e scultore italiano, racconta il suo rapporto con i luoghi e con i viaggi. E svela come il gesto creativo possa davvero cambiare le dinamiche di un territorio

Le interviste al pc, diciamolo, spesso tolgono verità. Non è questione di tono di voce, che comunque anche tramite monitor si percepisce in modo realistico. È il linguaggio del corpo che, non essendo molto visibile, non è così messaggero di informazioni come di persona. Ma c’è sempre un’eccezione a confermare la regola. E questa eccezione, nel caso specifico, ha un nome, un cognome, e anche uno pseudonimo: Jacopo Cardillo in arte Jago. Le sue parole, infatti, sono arrivate così sincere e vere da abbattere il muro della distanza. Complice l’arte, sempre capace di far volare il pensiero in un altrove non definito. 

Ripercorriamo insieme quanto detto, se poi vorrete vedere dal vivo le sue opere non lasciatevi scappare una bella occasione: il 20 maggio, nella Chiesa di Sant’Aspreno ai Crociferi, nel cuore del rione Sanità, a Napoli, inaugurerà il Museo Jago; in esposizione anche l’opera inedita Aiace & Cassandra. 

 

 

Jago - Aiace & Cassandra

Jago – Aiace & Cassandra

 

Partiamo da una citazione letta sul tuo sito web, “con la scultura si possono cambiare le dinamiche di un luogo”…

Sì, dico che si possono cambiare con la scultura perché è il mezzo da me utilizzato, è il mio strumento. In realtà, le dinamiche di un luogo si possono cambiare in tanti modi: se noi decidiamo di usare sapientemente i nostri strumenti, possiamo partecipare a modificare il tessuto sociale di una determinata zona. 

È fondamentale capire che il proprio gesto, le cose che facciamo, riguardano anche gli altri; quindi, se facciamo qualcosa di buono per noi stessi inevitabilmente produrremo del bene anche per gli altri. Certamente con la scultura tento di mettere in moto dei meccanismi per cui la presenza di un’opera in un luogo possa partecipare a una necessità di riqualificazione del luogo stesso. Possa essere generatore di ricchezza: l’opera posizionata in un quartiere richiama visitatori, e così facendo si va a partecipare all’indotto di chi lì lavora e a generarne di nuovo. Questo è il senso e il pensiero dietro all’idea di cambiare le dinamiche di un luogo. 

È interessante anche la scelta dei luoghi in cui esponi le tue opere, dalle chiese alle piazze, andando ad alterare la fruizione del luogo stesso. 

Questa è l’esperienza che facciamo noi tutti quando camminiamo per strada, in luoghi che hanno età diverse; quindi, portiamo la nostra contemporaneità ovunque andiamo: l’esperienza di una mia scultura in una chiesa costruita 400 anni fa è la stessa che fa una persona dentro la medesima chiesa. Dipende dal modo in cui si entra e dalle cose che si hanno da dire: se sono in relazione e in comunicazione con il contenitore che le va a contenere; in fin dei conti, una chiesa sa essere sia opera d’arte sia contenitore di altre opere d’arte. Per me è interessante pensare che quello che faccio si va ad arricchire del valore circostante, non con la pretesa di utilizzare il contesto come palcoscenico per la propria messa in scena, ma nel tentativo di sottolineare quella bellezza. È come se l’opera dicesse “guardate, io sono un’ospite, entro in punta di piedi, ammirate la grandezza che ci è stata lasciata”. Che sia una chiesa, una piazza o un rudere, la bellezza sta in tutte le cose. Basta avere il coraggio di cercarla e trovarla. 

 

 

Jago - La pietà

Jago – La pietà

 

In poesia si lavora per sottrazione, si va all’essenza sottraendo, andando all’osso: tu vivi questa operazione di sottrazione sul tuo corpo, nella tua mente, quando compi il tuo gesto artistico?

Assolutamente, scolpire è un lavoro di grande attenzione. Nell’era del CTRL+Z ci siamo abituati a tornare indietro, anche chiedere scusa è un modo di tornare indietro rispetto alle cose che si dicono; però magari quello che si è detto crea una lesione, rimane, si cicatrizza, sta lì. Nel lavoro della scultura, invece, ogni gesto che fai è anche l’ultimo che farai, motivo per cui ogni azione deve essere pensata con attenzione. Un atteggiamento che ha molto poco a che vedere con il tempo in cui viviamo, che invece pretende che si possa tutto correggere: andiamo avanti per approssimazione, modifichiamo modifichiamo modifichiamo fino ad arrivare alla forma definitiva. Per me non è così, io devo pensare molto bene a ogni gesto (sorride, ndr), perché chiaramente non posso tornare indietro. 

Fare scultura è un grandissimo esercizio di comunicazione: così come nel comunicare è necessario scegliere bene le parole e comprendere il materiale umano che si ha di fronte, nella scultura ogni colpo che si dà, così come ogni parola usata, determina una modificazione nel materiale. Quindi, sì, scultura e poesia sono in stretta connessione. Per esempio, non riesco a capire le poesie spiegate: chi spiega le poesie, le uccide, ciascuno, a seconda di come funziona la propria mente, coglie un suo senso; la poesia è significato, è spiegazione delle cose a un livello alto, e soggettivo per fortuna. 

Secondo te la scultura è un atto emersivo? 

Lo è solo se non lo spieghi. Se ti limiti a viverlo, a non tradurlo, a non tradirlo, allora lo stato d’animo del momento è esattamente in linea col gesto artistico. Riguarda la libertà delle persone: sto tentando sempre di più di non aggiungere nulla a quello che faccio perché se lo devo spiegare c’è un problema, esattamente come nel linguaggio. Vorrei invece arricchirmi del punto di vista degli altri, solo in questo modo la scultura può essere emersiva. Ma tutte le cose lo sono, lo sono nel momento in cui lasci la libertà all’altro di poter esprimere sé stesso attraverso quello che gli arriva, quello che ha di fronte, immagine, suono, poesia…

Quanto ti ispiri ai luoghi quando fai scultura?

Tendo a immaginare le cose nei luoghi, quindi subisco molto la condizione del luogo, perché so che la mia opera andrà a finire lì; quindi, già immaginarla collocata ne condiziona la progettazione. Poi, chiaro, non si ha sempre la certezza che le opere vadano a finire nel posto che immaginavi, ma in ogni caso questo approccio permette di comprendere quelle che sono dinamiche inevitabili, ovvero il rapporto che tutte le cose hanno col mondo circostante. Così facendo sono costretto a uscire dal mondo delle idee, e in questo senso anche a livello progettuale fare un passo in quella direzione in anticipo, lasciandoti suggestionare da quei luoghi che potenzialmente potrebbero diventare la casa della tua opera, è prezioso. La destinazione diventa parte del processo creativo: 

il destino è parte dell’opera. 

Ci sono luoghi che più di altri ti hanno ispirato?

Tutti i luoghi dove ho esposto le mie opere. A Napoli, nella chiesa di Sant’Aspreno ai Crociferi, la chiesa degli artisti a Roma (Santa Maria in Montesanto, ndr), ma tanti altri che potevano essere luoghi possibili. Per esempio, la Cappella dei Bianchi nella chiesa di San Severo fuori le mura, a Napoli, dove è permanentemente esposto il Figlio Velato: ho scelto di realizzare quell’opera in relazione a quel luogo, perché sapevo che sarebbe stata esposta lì. Mi ha condizionato molto: le dimensioni, la postura, sono riflessioni che, quando scolpisci, sei inevitabilmente portato a fare. Perché poi, a parte l’aspetto estetico c’è l’aspetto tecnico, e anche questo partecipa all’atto creativo, soprattutto se fai opere pesanti. La presenza, l’ingombro, il trasporto, la logistica, tutto partecipa. Come quando guardiamo una grande opera d’arte, è innegabile che dietro quella estetica così libera ci siano delle valutazioni tecnico-pratiche. Nella statuaria classica, l’anfora che serve per reggere le Veneri ma diventa anche significato, partecipa all’opera. È tutto così. 

 

 

Jago - Il Figlio Velato

Jago – Il Figlio Velato

 

Interessante, spesso a chi ammira un’opera, questo aspetto tecnico non emerge… 

Le cose che non hanno anche una parte tecnica-funzionale precisa, in genere durano poco. In fondo, una scarpa ha una valenza estetica ma devi indossarla per proteggere il piede.

Che rapporto hai con i viaggi?

Quelli astrali? (sorride, ndr).

Massima libertà nella risposta…

Ho un rapporto magnifico ma al tempo stesso drammatico perché il mio lavoro mi costringe a stare fermo in un luogo per creare le mie opere, e al contempo mi impone di viaggiare, stare nel mondo, a contatto con le persone. C’è questo dualismo da cui non riesco a prescindere, ma che è diventata anche una parte molto bella. Il viaggio è stato ed è una fonte di ricchezza inesauribile, ha contribuito a cambiarmi la vita: ho capito quanta bellezza c’è in giro, come è il mondo. Consiglio a tutti, prima o poi, di uscire di casa. E viaggiare non significa per forza andare dall’altra parte del mondo, ma uscire fuori dalla propria di zona di conforto. 

Anche nel viaggio trovi ispirazione? Ti capita di mettere pezzetti dei tuoi viaggi in un’opera?

È inevitabile. Ragiono in questi termini: l’intervista che stiamo facendo mi sta condizionando perché se non l’avessimo fatta, avrei fatto altro, e la mia vita di oggi sarebbe stata diversa; quindi scelgo di fare determinate cose che mi influenzano, e quando scelgo di fare un viaggio, lo faccio sapendo che tornerò condizionato profondamente da quello che ho visto, sentito, vissuto. E inevitabilmente e spontaneamente faccio in modo che tutto questo partecipi alle mie opere. Questo aspetto mi piace. 

C’è un viaggio che più di altri ti è rimasto attaccato addosso, di cui non riesci a liberarti?

Tutti i viaggi che ho fatto mi hanno lasciato emozioni e ricordi importantissimi, non c’è un posto che mi ha catturato più di altri. Una meta importante, dove sono stato più volte, è la Cina: per tre anni ho fatto avanti e indietro e l’ho girata tutta, per lo più in treno, e l’ho amata molto, con la sua bellezza e le sue contraddizioni; ho visto tante cose, difficili da raccontare, certe esperienze si possono soltanto vivere. Il viaggio va vissuto, l’ho fatto da solo con una persona del posto, e l’avrei voluto fare con le persone che amo. Il bello del viaggio, secondo me, sta anche nella condivisione, poi chiaro c’è una parte di me entusiasta di aver viaggiato da solo, perché ho scoperto di me cose che non avrei potuto capire stando a casa. Però la Cina avrei voluta condividerla, ora la posso solo raccontare, e fatico molto. Citerei anche New York, dove ho vissuto per due anni, oggi siamo spesso negli Emirati Arabi, a Fujairah, a un’ora da Dubai, dove lavoriamo e dove abbiamo rapporti magnifici. E la Ciociaria (Jago è nato ad Anagni, ndr), che continua a essere un mondo incredibile da scoprire, e poi Napoli, Roma… Il viaggio cambia, sono felice che oggi sia più facile viaggiare, siamo molto fortunati. 

 

 

Jago - Habemus Hominem

Jago – Habemus Hominem

 

Infine, cosa reputi casa e che rapporto hai con le case che hai abitato?

Avendo vissuto in giro per necessità e per lavoro, mi sono sempre dovuto spostare, la mia casa è sicuramente il mio zaino, l’ho sempre detto, lo penso, e lo riconfermo ogni volta. Ho sempre vissuto pensando di non avere un luogo, di non avere una base, poi a un certo punto, a boomerang, sono tornato nel paesino dove vivono i mei genitori, e ho scoperto di avere sempre avuto una casa e quindi mi sono sentito cittadino del mondo, con maggiore libertà ho imparato a muovermi, a godere di tutte le cose perché so che in ogni caso c’è un porto sicuro dove tornare, dove veramente mi sento a casa. A prescindere, il mio vantaggio è sempre stato quello di sentirmi a casa ovunque, perché la casa me la portavo dietro. 

Ti è capitato di sentirti a casa ma non di sentirla casa tua? 

È una sensazione che non sento per i luoghi abitativi, più per le città. Nei luoghi, mi sento a casa. 

Vivo la mia vita dentro a un laboratorio, nel mio studio, casa è dove passo più tempo, dove ho la mia intimità, dove mi rifugio. Poi c’è il luogo dove dormo, ma che è altro per me. La casa è più uno stato dell’essere…

  INFORMAZIONI UTILI

Sito web

Siyo web: www.jago.art

Museo Jago


NAPOLI Chiesa di Sant’Aspreno ai Crociferi