RECANATI: NOTTURNO IN COMPAGNIA

Postato su Dicembre 07, 2016, 9:14 am
13  minuti

Siamo a Recanati, la famosa città dove è nato il poeta Giacomo Leopardi.

di Boris Gagliardi

Mi ero da poco allontanato dall’allegra compagnia e come faccio di solito quando mi trovo a visitare un posto nuovo, avevo declinato l’invito che gli amici recanatesi mi avevano fatto per accompagnarmi fino all’albergo dove avevo prenotato una camera. Adalberto, prima di lasciarmi andare era stato molto chiaro. Punta sempre verso l’alto e vedrai che ti ritroverai in un batter d’occhio in centro e mettiti il cappuccio in testa. Siamo in autunno e qui la sera è umido e fa freddo, potresti trovare la nebbia. Era quasi mezzanotte, e mentre salivo, ripensavo alla serata passata. La cena era stata squisita. La pasta fatta in casa con il sugo d’anatra, il ciauscolo ed il liquore all’anice mi avevano scaldato il corpo e la mente mi sembrava particolarmente lucida come in una bottiglia chiusa dove del buon vino vi è stato distillato dentro. Ripensavo a quegli amici, ai ricordi dell’infanzia trascorsi assieme, a mio padre ed alle foglie che,  bagnate dalla pioggia, tingevano di rosso i viali e le viuzze di lato e nel mezzo. Arrivato ad una piazzola, bevvi un sorso d’acqua. Lì la salita prendeva due direzioni e mentre mi chiedevo quale percorrere, un gatto dalle belle sembianze mi si avvicinò strusciandosi alle caviglie. Aveva il pelo lungo e gli occhi grandi, infinitamente gialli. Doveva essere di razza, un persiano credo e, da come si presentava, doveva appartenere a qualcuno di conosciuto. Gli accarezzai la testa. Era una gatta ed un attimo prima che mi sollevassi, queste parole uscirono dalla sua bocca: <<Vieni!>> Ci fu un attimo di silenzio, poi si girò e decisa si incammino per una viuzza di cui non mi ero affatto accorto.

Ogni tanto si voltava per controllare che la seguissi. Il suono di un campanile vicino segnava l’ora. Poi, ad un certo punto uscendo da un viottolo arrivammo nel luogo; quello dove il gatto mi voleva portare. Era come un giardino con degli alberi, un colle, come quello degli aranci di Roma e poggiato sulla cinta di un muro un uomo vi stava seduto di spalle. Era assorto nei suoi pensieri e lo sguardo perso verso il cielo. Man mano che mi avvicinavo notai che le sue fattezze perdevano di consistenza e di peso ed era come se lì non ci fosse alcuno ma, io lo potevo vedere. Poi quando ero ormai ad un metro dalle spalle sentii la sua voce che mi invitava a sedermi accanto.

Nel frattempo il gatto ci aveva raggiunto e si era disteso tra le sue braccia. <<Boris>>, conosceva il mio nome. <<Sai chi sono? Mi riconosci?>>.  Mi voltai verso di lui e, lì per lì, rimasi come sospeso in un ricordo, cercando nel tempo. C’era come un nodo che mi stringeva allo stomaco o forse era un po’ di paura che mi faceva battere i denti, ma poi presi coraggio e gli dissi: << Tu sei Leopardi. Giacomo Leopardi!>>.  Lui sorrise lievemente e poi mi aggiunse: <<Stanotte sarò io la tua guida. Questo dove ci troviamo adesso è il calle di Tabor, che guarda a sud verso i monti Sibillini e si affaccia lungo la valle. Qui tante volte mi sono fermato a riflettere sul senso del nostro vivere e su cosa ci fosse oltre. E qui pure oggi ritorno, trovandovi ristoro e conforto. Seguimi, costeggiamo dall’esterno il paese, dopo ci infileremo per le viuzze che ci portano in centro. Quella che vedi in alto è la Torre del Passero Solitario. In memoria di quella lirica che composi, porta il suo nome. Un fulmine le ha fatto la festa!>> E poi come in quel canto aggiunse: <<Anch’io vorrei essere capace di stare solo come quell’uccello, senza provar alcun dolore. Andiamo! Ti porto a Casa mia. E’ a pochi minuti>>. Allora io gli dissi: <<Ma a quest’ora sarà chiusa, non possiamo entrare>>. E lui a me: <<Fidati, ho ancora le chiavi! Questa è la mia stanza e quella è la scrivania dove composi tanti versi. Di tanto in tanto la mia penna ed il mio cuore si fermavano, come rapiti dalla voce di lei. E quella è la finestra da cui la solevo guardare, di nascosto, in disparte mentre era presa dalle sue faccende.  O natura, o natura, perché non rendi poi quel che prometti allor? Perché di tanto inganni i tuoi figli?>>. Una lacrima scorsi nel viso del poeta. Ed anche quella come il corpo appariva vera.

Come se, l’amore che gli scorreva dentro vincesse il tempo prendendo consistenza e forma e, potendola comunicare a chi gli stava a fianco. << Vedi quella è la piazzetta dove si trovava la casa di Silvia e quella è la Chiesa di Santa Maria in Montemorello, dove venni battezzato. Continuiamo amico mio! Questa è la Biblioteca. Vi sono raccolti più di ventimila testi. Mio padre era un grande cultore ed io su questi libri passai tante delle mie ore. Era l’unica cosa che mi faceva star bene e al tempo stesso mi uccideva. L’amore per la conoscenza, per le lingue straniere, il mondo antico: Lucrezio, Epitteto, Mosco e poi la scoperta dei poeti romantici: Byron, Shelley, Foscolo. Grazie a loro, potevo viaggiare, scoprire, trovare dei compagni, delle anime affini. Adesso scendiamo nelle cantine. Ho bisogno di bere!>>. Non potei non mostrare un sorriso.

Recanati di notte

Era come se in lui vivessero insieme due parti. Una lo spingeva alla vita e a tutto ciò che di bello contiene e l’altra che lo riportava dentro, a non illudersi, a non sperare, perché in fondo tutto ha una fine. Tutto è materia, è scienza, ragione. Ma non è possibile vivere tutto senza immaginazione, senza poesia, senza ironia. <<Bene amico mio, le prime luci dell’alba stanno per comparire. Mi resta il tempo per accompagnarti davanti all’albergo e per dirti addio. Capita a volte, è concesso anche a noi anime dell’altro mondo di passare del tempo tra voi vivi e di poter assaporare ancora quello che voi potete provare. Buona fortuna e non smettere mai di sognare>>. La sua immagine si fece più lieve, fece qualche passo indietro e senza voltarsi si dissolse nei raggi del sole.

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Recanati under a different light