SCOPRENDO VENEZIA

Postato su Gennaio 25, 2017, 5:14 am
12  minuti

Nella famosa città del Carnevale , due maschere , sedute ad un tavolino si parlano. Una offre all’altra la possibilità di farle da guida al fine di conoscere i tesori e le opere d’Arte della Serenissima.

di Boris Gagliardi

«Siamo d’accordo! Il nostro tour può cominciare. La porto alle Gallerie dell’Accademia» Sono solo a 10 minuti di cammino. Ma prima, disse: «Un breve omaggio al Sansovino. Molte delle cose che vede in questa piazza: la Libreria Marciana, la Zecca, la Loggetta del Campanile sono opera sua ». Entriamo nella Basilica. La porta della sacrestia è fatta in bronzo: «Vi è raffigurata la Deposizione e la Resurrezione di Cristo. È considerato il suo capolavoro. Andiamo verso campo san Moisè. Vedrà, che ci fermeremo diverse volte nel tragitto ». Venezia è un museo a cielo aperto. La chiesa omonima che domina la piazza è chiaramente dedicata a Mosè. «Entriamo! Le voglio mostrare due opere. Questa è la Lavanda dei piedi dipinta dal Tintoretto e questa è l’Ultima cena di Palma il Giovane. Conosce questi artisti? Non è detto che non li incontriamo qui dentro?» Continuiamo lungo calle larga XXII Marzo.
«Questa Chiesa è Santa Maria del Giglio ». La facciata è in stile barocco, impressionante, penso tra me e me. Dentro vi è un quadro di Rubens: Madonna con Bambino e San Giovannino.
Mi spiega che sono molti gli artisti stranieri che vengono a Venezia per confrontarsi e per prendere ispirazione. In questo momento storico “sono i colori a fare i disegni “. Il rosso, il nero, il giallo, dominano, prendono corpo e si muovono sulla tela, rompendo gli schemi, stravolgendo le regole e le tecniche tradizionali. Rimasi molto colpito dal suo entusiasmo e dalle sue competenze nell’ambito della pittura. Infatti mi ricordai che si era presentato come uomo d’arte.
« Questo è Campo San Maurizio e, questo così grande, è campo di Santo Stefano. I bambini, in primavera seggono in terra per disegnare e per fare i loro giochi. Vi si trovano due chiese: quella di Santo Stefano e quella di San Vidal. Quelli invece sono Palazzo Morosini, Palazzo Pisani e Palazzo Loredan ».
Passiamo il Canal Grande sul Ponte dell’Accademia. Siamo arrivati alle Gallerie. Queste fanno parte di quel complesso formato dalla Chiesa di Santa Maria della Carità, dal convento dei canonici lateranensi e della Scuola Grande di Santa Maria della Carità. In questo Museo vi sono conservate le opere dei più grandi artisti veneziani e veneti: Giorgione, Canaletto, Carpaccio, Bellini, Veronese.
«Entriamo in questa sala e andiamo più a fondo. La porto da quello che per un tempo è stato il mio maestro. Quella che vede è La pietà di Tiziano. Il suo ultimo dipinto. Esaminiamola assieme. Sono i giorni della peste. Orazio, il figlio prediletto è stato portato al Lazzaretto. Tiziano da vecchio saggio guarda in faccia il suo destino e si prepara alla morte dipingendo il quadro che dovrà adornare la sua cappella, in ginocchio consegna il suo testamento devozionale al Cristo redentore e alla Madre. È l’ora del compimento. Quello che era stato preannunciato da Mosè e dalla Sibilla: l’avvento del Cristo, trova adesso pieno compimento nella sua morte. Anche la Maddalena, messa in primo piano sembra chiamarci a raccolta, ad entrare dentro. Ma la sua voce è come sospesa, muta dalla gravità del momento. L’espressione del suo volto avverte la solitudine. Basta un gesto. Gli occhi di Tiziano guardano quelli della Vergine chiusi nel raccoglimento della preghiera mentre, con la mano e le ginocchia sostiene il capo ed il corpo del figlio ».
Anche le mani di Tiziano prendono quella del Signore per sostenerlo e mantenere ancora un contatto che lo raggiunga oltre la morte. Dentro e fuori tutto si sfalda e perde forma. Si disfa e perde la vitalità dei colori della giovinezza. La luce diviene flebile e impura. I confini tra l’Arte e l’Assoluto si perdono. Seguirono attimi di silenzio. Quindi si tolse la maschera, come per respirare. Mi guardò negli occhi, mi fece un sorriso e se la rimise. «Andiamo! C’è ancora un dipinto che le voglio mostrare. Mi è molto caro. Si trova da questa parte. Eccolo: Il miracolo dello schiavo. Come posso raccontarglielo? Quando mi fu commissionato dalla Scuola di San Rocco capii subito che quella era la mia grande occasione. Fin da piccolo ero cresciuto a Bottega, circondato da maestri e compagni capaci e vogliosi. Accanto a loro, non poteva non nascere in me una grande ambizione e guardando alla maniera dei grandi e, dalle loro suggestioni, da ognuno presi qualcosa: il corpo dal Parmigianino e da Raffaello, il disegno da Michelangelo, il sangue da Tiziano, gli spazi e l’architettura dal Sansovino. Come se fosse un’opera teatrale, guarda come a partire dalla sinistra riusciamo a seguire tutto ciò che è accaduto. Gli uomini dai colorati turbanti, che sotto la loggia, da vari scorci ci osservano. Lo schiavo nudo, gettato in terra e messo in luce, in primo piano, in procinto di essere martorizzato dai suoi carnefici, per aver venerato le reliquie del Santo. Gli strumenti usati per la tortura spezzati e resi inefficaci e mostrati dal padrone al giudice posto sulla destra. Anch’egli sorpreso assieme agli altri spettatori che osservano la scena. Al centro San Marco che, nel momento di massima tensione, sopraggiunge dall’alto, con la testa posta in basso ed il volto in penombra, nascosto dalla luce dell’aureola e che, come un rapace, compie il miracolo mettendo il piede avanti, in testa a chiunque si provi ad avvicinare. Quest’invenzione mi valse la fama ed il nome e pure l’invidia di qualcuno. Amico mio di una sera, spero che il viaggio in mia compagnia le sia stato gradito e che la spesa ne sia valsa la pena».
Entrambi ci portammo la mano al petto facendoci un inchino. «Spero di poterla rincontrare» dissi. E lui: «Chissà!!! Il Carnevale durerà ancora diversi giorni e lei, ha già una storia da poter raccontare».

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Nella famosa città della Laguna, artisti e uomini di epoche differenti, si incontrano per festeggiare il Carnevale.

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Antiche leggende e strani accadimenti si mescolano assieme nelle Gallerie dell’Accademia e nessuno alla fine della storia potrà dire di essere rimasto lo stesso.

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