fbpx
Cipolla di Isernia
La cipolla di Isernia, il bulbo dei santi che ha fatto la storia e che oggi rischia di finire nel dimenticatoio

La cipolla di Isernia è il prodotto tipicamente coltivato dai contadini isernini, nonostante si estenda anche a zone limitrofe purché il clima sia mite e quindi presenti estati ed inverni dalle temperature non eccessive, acqua in abbondanza e un’altitudine che non vada oltre i 550 metri sul livello del mare. Il bulbo, dal colore bianco e la dimensione schiacciata, viene seminato ad agosto, trapiantato nei mesi autunnali, solitamente ottobre e novembre, e raccolto in giugno. Il suo sapore è molto dolce e per preservarlo si predilige proporlo crudo, ad esempio nelle insalate. Tuttavia, un altro piatto di cui il bulbo è protagonista è la cipollata, una pietanza povera e contadina a base di cipolle, uova e pane. 

Una curiosità da aggiungere alla voce “cipolla di Isernia”, è il secondo nome con cui è conosciuta: la cipolla di San Pietro. Tale denominazione è dovuta al fatto che l’ortaggio è stato protagonista della fiera legata alla ricorrenza dei Santi Pietro e Paolo dalla notte dei tempi, o meglio gravitano attorno a tale credenza sia testimonianze scritte nei Capitoli della Bagliva della fedelissima regia Città d’Isernia del 1487, che una leggenda. Nel primo caso, nel quarantesimo capitolo del documento, si menziona la presenza costante della cipolla durante la festa dedicata ai Santi Pietro e Paolo a partire dal XV secolo, in cui i commercianti erano costretti a pagare una certa somma di denaro per acquistare il prodotto tipico e non danneggiare i produttori locali. La leggenda invece narra che la madre di San Pietro fosse una donna arcigna e avara, che solo una volta nella vita si piegò alla bontà concedendo ad una vecchina affamata una delle sue cipolle che stava meticolosamente raccogliendo dal suolo.

 

Cipolla di Isernia

Cipolla di Isernia

 

Una volta deceduta finì all’inferno e disperata implorò il figlio, San Pietro appunto, che la allontanasse da un luogo così terribile e la conducesse in paradiso. Il figlio esitò rispondendole che vi erano delle ragioni se era stata collocata proprio lì. La donna non consapevole della propria natura ribatté riportando alla mente l’episodio in cui concesse una delle sue cipolle a quella donna. Alla fine San Pietro ottenne da Gesù la concessione di poter “spostare” la madre attaccandola ad una resta di cipolle trainandola verso l’alto. Sfortunatamente il tentativo non andò a buon fine perché altre anime si attaccarono alla veste della privilegiata fino a rompere la resta del bulbo e sprofondare, nuovamente, negli inferi. 

Nonostante il prodotto abbia una storia di tutto a dire alle spalle, e nonostante abbia giocato un ruolo preponderante nella gastronomia isernina, oggi è diventata una specie in via d’estinzione perché il paese non basa più i propri ricavati sulle attività tradizionali dell’agricoltura e l’artigianato, ma sul settore terziario. A difesa di questi prodotti che rischiano di scomparire dal mercato nazionale, come la cipolla di Isernia, è nata l’associazione Slow Food, una rete globale il cui obiettivo è proprio quello di conservare queste “mosche bianche” e diffonderne la conoscenza. 

La convivenza tra passato, presente e futuro è possibile, basta volerlo e non, al contrario, fomentare una guerra che porti all’esclusione dell’altro. L’Italia è tradizione!