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Erika Pomella, con passo incalzante, riesce a destreggiarsi nel proprio avvincente caos seguendo l’istinto primordiale della bellezza delle fragilità umane

Erika Pomella riesce a creare un mondo stratificato dove vince la legge dell’elemento magico, inteso come capacità di costruire scenari alternativi come vedremo molto presto nel suo nuovo romanzo Come Darcy, un retelling del tutto originale di Orgoglio e pregiudizio

I suoi personaggi sono esseri vincenti perché mostrano le loro ombre, accogliendole e trasformandole in punti di forza. 

Gli studi che hai intrapreso nel campo del cinema e la tua, successiva, vicinanza professionale al mondo della settima arte ti hanno condotto ad una visione ben più ampia della realtà che straborda dalle pagine di un libro e si espande sul grande schermo. Quali mondi abitano la tua cifra stilistica?

Cinema e scrittura, per me, non possono esistere l’uno senza l’altra. 

Sono cresciuta con queste due grandi passioni. 

Da che ricordo, la mia passione per la scrittura è nata quando, a cinque anni, vidi per la prima volta Edward mani di forbice, il film di Tim Burton, e decisi che quel finale era inaccettabile. 

Per questo provai a inventarmene un altro, che andasse più di pari passo con la mia fantasia di bambina romantica. 

Scrivo perché amo il cinema e nel lavoro il mio amore per il cinema si trasforma in scrittura critica. Per questo penso che se dovessi dare indicazioni sul mio stile, lo definirei cinematografico. 

Quando qualcuno legge quello che scrivo mi piacerebbe non solo che lo capisse, ma che riuscisse proprio a vederlo.

Leggendo i tuoi romanzi, si evince che le tue eroine siano il riflesso di una società che, spesso, naviga i mari tempestosi delle insicurezze ma anche delle proprie forze. Insicurezza è sintomo di forza?

Penso che l’insicurezza sia qualcosa che, per quanto non mi piaccia il termine, dovremmo normalizzare. 

Siamo bombardati, sia in ambito femminile che maschile, da modelli forti, che mostrano la propria determinazione come se non avessero crepe, non avessero momenti difficili. 

Ma è un modello tossico e lontano anni luce dalla realtà. 

Per questo tutti i miei personaggi, sia le eroine ma anche le loro controparti maschili, sono creature con le loro zone d’ombra, le loro giornate no, momenti in cui vorrebbero rimanere rannicchiati nel letto fino a quando non passa la tempesta. 

E ci vuole senz’altro della forza non solo nell’accettare la propria debolezza, ma anche nel mostrarla. Penso che quando lo facciamo, ci rendiamo ancora più esposti. 

Come se ci disegnassimo un bersaglio sul petto. 

Nel momento della stesura del manoscritto che rapporto vivi tra la tua mente creativa e la tua mente analitica? Come fai a trovare la virtù che risiede nel mezzo?

So che esiste un modo poetico di vedere la scrittura: quaderni ordinati, scalette realizzate punto per punto. 

Ma per me non funziona così. 

Non mi reputo una persona dalla mente analitica – e penso che tutti i miei insegnanti di stampo scientifico potrebbero confermarlo -, quando provo a fare le cose con ordine non funziono. 

Ora ho imparato che devo buttare giù uno scheletro della trama, giusto per capire come voglio raccontare la storia che ho in mente. 

Poi il resto viene da sé: si passa dagli appunti presi sulle note del cellulare alle scene descritte a caso su quaderni che poi mi dimentico. 

Temo di essere davvero una scrittrice che tende più al disordine creativo che al lato razionale. 

Se c’è una virtù nel mezzo, io ancora non l’ho trovata.

L’ispirazione come si palesa? Irrompe improvvisamente o bussa con gentilezza?

Anche in questo caso, secondo me, c’è un problema di romanticizzazione “standard” sull’idea dell’ispirazione: questo fulmine improvviso che ti colpisce mentre sei affaccendata in altro e ti obbliga a lasciare tutto per scrivere. 

Sicuramente l’idea può venire da qualsiasi cosa: una scena vista in un film, una frase sentita per caso. Per quel che mi riguarda, una buona fonte di idee sono le canzoni. 

Io sento tantissima musica, anche mentre scrivo. 

Ma per quanto riguarda l’ispirazione in sé sono molto più vicina all’idea che ne ha Picasso: può anche esistere, ma deve trovarti già pronta e già al lavoro. 

 

 

Le copertine dei libri

Le copertine dei libri

 

Nel tuo romanzo d’esordio, “Semper Fidelis”, si evidenzia un chiaro contrasto tra ciò che è giusto e ciò che dovrebbe essere moderato riguardo all’uso delle armi; l’arma viene descritta con una doppia maschera di sicurezza e dolore. Come si riflette questo dualismo nei protagonisti del racconto? È possibile conciliare la chimica delle situazioni con la moralità individuale?

A me non piacciono le cose assolute, non mi piace l’idea di dividere il mondo tra bianco e nero. 

C’è un bellissimo spettro arcobaleno nel mezzo. 

Per questo, quando ho deciso di trattare il tema delle armi e del secondo emendamento in Semper Fidelis l’ho fatto sapendo che non volevo dare per scontato che fosse giusto un solo punto di vista. Leo e Savannah, i protagonisti della mia storia, sono in posizioni opposte ed entrambi hanno ragioni più che lecite per essere a favore o meno delle armi. 

E ho cercato di sottolineare proprio questo aspetto: che la vera libertà esiste nel momento in cui non cerchiamo di cambiare l’altra persona, ma accettiamo il suo punto di vista che, per quanto diverso dal nostro, è comunque valido. 

Per questo la morale dei personaggi non viene mai messa in discussione, ma diventa un terreno fertile su cui costruire qualcosa di solido. Il vero amore, dopotutto, non può esistere se non c’è accettazione.

Oggi alcuni ritengono come il politicamente corretto stia perdendo il suo significato per lasciare posto alla spettacolarizzazione di qualsiasi difficoltà. Se potessi trasformare questo argomento in un romanzo chi sarebbe il suo protagonista e chi il suo antagonista?

Il “politicamente corretto” è nato, secondo me, per motivi giusti e importanti. Finalmente abbiamo i mezzi per informarci, per migliorare i nostri bias sociali e culturali, ascoltando anche voci che vengono da luoghi molto diversi. 

Credo però che oggi sia venuto meno questo intento di inclusività e accettazione: non c’è più voglia di insegnare e/o di imparare. 

Al contrario, mi sembra che tutto sia diventato una sorta di “dittatura”, in cui bisogna fare in un modo solo. 

Anche in questo caso, a me non piacciono le cose assolute, imposte. 

Mi fa paura un mondo dove non c’è più dialogo, non c’è più spirito critico, ma si tende ad accettare tutto. 

Persino la Disney ha spesso eliminato l’idea del cattivo perché, ancora, oggi ci stiamo abituando alla mancanza di conflitto e senza conflitto non c’è crescita. 

Immagino che se dovessi scrivere un libro su questo argomento, metterei al centro due personaggi opposti per cultura, classe sociale e convinzioni. 

Li metterei in mezzo al caos delle loro vite e lascerei che si scontrassero, che si aprissero ad ascoltare e anche a ridere di sé. 

Mi rendo conto, però, che è un argomento molto difficile e molto delicato, anche perché oggi siamo tutti un po’ preda di una sorta di vittimismo sociale, per cui prendiamo ogni cosa come se fosse un attacco personale quando invece, magari, sono solo spunti di riflessione.

New York e Roma: le due location che svolgono, anch’esse, un ruolo da protagoniste nello scorrimento narrativo. Avvincente è la tua capacità di far occupare a queste due città uno spazio proprio sulla scena testuale, facendo svolgere loro il ruolo di contenitore delle pulsioni emotivo-fisiche dei personaggi. Con quale immagine descriveresti queste due realtà di osmosi urbanistico-intimistico?

Per quanto riguarda Un fidanzato per Natale era impossibile lasciare Roma fuori dal quadro. 

Roma è un personaggio della mia quotidianità: ci sono sicuramente motivazioni di puro campanilismo, essendo io romana, ma sono anche convinta che le città influenzino molto la vita delle persone e storie ambientate, non so, a Londra, non potrebbero avere lo stesso svolgimento. 

Per quanto riguarda invece Semper Fidelis, immagino che dobbiamo tornare alla prima domanda e al modo in cui il cinema ha influenzato la mia visione. 

Semper Fidelis è stato il mio romanzo d’esordio e, dunque, la realizzazione di un sogno. E quale città avrebbe potuto rappresentare un sogno, se non la città che non dorme mai?

 

 

Erika Pomella

Erika Pomella

 

A chi affideresti la regia di un tuo romanzo e perché?

Per quanto riguarda Semper Fidelis e, più in generale, i romance a cui sto lavorando ora, mi sarebbe piaciuto molto vederlo in mano a Nora Ephron, la mamma della commedia romantica statunitense degli anni Novanta. 

Se dovessi pensare a qualcuno di italiano, direi senza dubbio Michela Andreozzi. 

Credo abbia un’ironia molto simile a quella che vorrei si evincesse dai miei romanzi. 

La trovo fresca, internazionale e, appunto, irriverente. 

Mi è piaciuto molto il lavoro che ha fatto, ad esempio, sulla trasposizione di Guida astrologica per cuori infranti. 

Un fidanzato per Natale, ammetto che sarebbe una bella sfida, lo immagino sotto forma di musical, magari in chiave postmoderna, con Damien Chazelle dietro la macchina da presa. 

Dopotutto, sognare non costa niente.

Progetti futuri?

A luglio uscirà, sempre per Triskell Edizioni, il mio nuovo romanzo, Come Darcy, un retelling atipico e moderno di Orgoglio e pregiudizio, che è uno dei miei libri preferiti. 

Ho già un altro romance pronto, ma sono ancora in fase di rilettura, quindi direi che è presto per parlarne. 

Però mi piacerebbe tornare al mio primo amore: l’urban fantasy con protagonisti i vampiri. 

Mai dire mai.

Ogni viaggio è un punto di partenza e non di arrivo perché è da quest’ultimo che si propagano innumerevoli scenari possibili e abitativi. Quali scenari aperti hai portato con te dall’ultimo viaggio?

L’ultimo viaggio che ho fatto – se si escludono i weekend per staccare la spina – è stato proprio New York. 

Era la prima volta che ci andavo e mi ero preparata due tour: uno inerente ai luoghi dei film che avevo amato e l’altro, naturalmente, sui luoghi che mi avevano ispirato per Semper Fidelis. 

Ed entrambi non hanno deluso le mie aspettative. 

Probabilmente ciò che ho portato con me da New York è proprio questo: la consapevolezza che a volte le cose possono essere belle proprio come ce le immaginavamo.