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Fotografa del cantante Ultimo, inviata ai Premi Oscar, presente sui set cinematografici e non solo, Giulia Parmigiani è un’artista che ha fatto della fotografia il suo lavoro e la sua ossessione

Quando si pensa al mondo dell’arte, la fotografia sembra sempre rimanere qualche passo indietro rispetto alle ”sorelle” più famose, come il cinema o la musica. Giulia Parmigiani, che della fotografia ha fatto la sua ambizione, la sua espressione e il suo lavoro, è riuscita invece a dimostrare come non basti avere una macchina in mano per definirsi fotografi. Reduce dalla notte degli Oscar 2024 che l’ha portata a Los Angeles a muoversi nel mondo dorato di Hollywood, Giulia Parmigiani è anche la fotografa personale di Ultimo, un punto fermo nel mondo dell’intrattenimento e una professionista che sembra non trovare pace finché non ha una macchina in mano e il mondo intorno si fa silenzioso. Con lei abbiamo parlato della fotografia, dell’ambizione che diventa ossessione, di musica e cinema. Ecco quello che ci ha raccontato.

 

Se dovessi descrivere chi è Giulia Parmigiani come fotografa, come ti presenteresti?

Non apprezzo i fotografi che si danno delle etichette: ”fotografo sportivo”, ”fotografo di moda”, ”fotografo di scena” e così via. Io sono Giulia Parmigiani, una dei miliardi di fotografi che esistono al mondo, e come fotografa sono fiera di poter dire che fotografo a 360 gradi. Avendo fatto della fotografia il mio lavoro da quando avevo 19 anni, ho fotografato qualsiasi cosa e tutt’ora continuo a farlo.

 

 

Robert Downey Jr. - ph ©Giulia Parmigiani

Robert Downey Jr. – ph ©Giulia Parmigiani

 

 

Tra i tanti falsi miti legati alla fotografia e alla diffusione degli smartphone, è che chiunque possa improvvisarsi fotografo, con un telefono in mano. Nell’immaginario collettivo la fotografia ha difficoltà ad essere considerata una vera e propria forma d’arte, al pari di un libro, di una canzone o di un film. Come ti relazioni a questo genere di ‛false informazioni’?

Purtroppo capita spesso di sentirmi dire: “pensavamo di fare con il telefono”. Nonostante sia una gran sostenitrice di tutto ciò che si possa fare oggi con il telefono, garantisco che non si possono ottenere stessi risultati. E per fortuna! Effettivamente c’è questa usanza di improvvisarsi tutti fotografi. Basta una buona macchina. Ma c’è da dire che anche io ho iniziato “improvvisandomi” fotografa. Quindi non critico, poi starà alla singola persona farsi le spalle. Ora che lavoro per società molto grandi, che mi affidano eventi di grandissima responsabilità, posso dire che un fotografo professionista non è solo un bravo fotografo ma deve essere una persona che si sappia organizzare, che sappia reggere ritmi di lavoro atroci, che sappia relazionarsi, una persona che dia una sensazione di sicurezza al cliente.

 

Tu sei principalmente una fotografa di volti e persone ed io sono un po’ dell’idea che a volte la fotografia, pur immortalando un momento, può portare a galla qualcosa che, in un altro contesto, non è mai del tutto visibile. Ti è mai capitato di guardare un tuo scatto e notare che c’era qualcosa che non avevi notato? 

A dir la verità sono una che è molto attenta ai dettagli e all’ambiente in cui è circondato il soggetto. 

 

Il tuo lavoro è uno di quelli che porta a viaggiare molto. Penso agli eventi e alle premiére a Londra, oppure ai vari festival cinematografici, come Venezia e Cannes. Ora anche gli Oscar. I luoghi in cui scatti cambiano il tuo modo di pensare o costruire l’inquadratura? Come ti lasci influenzare dalle città e i luoghi che ti circondano? E c’è un luogo o una città, in Italia, che ti piacerebbe facesse da sfondo a un tuo shooting e in cui non hai ancora lavorato?

Il luogo fa lo scatto. Amo ”ambientare” i miei soggetti in un contesto. Per me è fondamentale il luogo in cui si scatta. Da un valore aggiunto alla foto ed è fondamentale per il racconto. Non amo fare primi piani non contestualizzati perché potrebbero essere ovunque. Difficile trovare una città dove io non abbia lavorato in Italia. Ma basta dire Italia ad un americano che subito impazzisce. Ed io con loro. L’Italia è una cornice stupenda ed unica nel mondo. Infatti sono serena a continuare a vivere qui tanto so che l’America senza Italia non sa stare (ride, ndr).

 

 

Steven Spielberg - ph ©Giulia Parmigiani

Steven Spielberg – ph ©Giulia Parmigiani

 

 

Spulciando i tuoi account si evince come, per te, il lavoro non sia solo un mezzo di sostentamento, ma anche una forma espressiva che ti identifica e di cui hai bisogno. A volte ne hai scritto come di una dipendenza. E, nonostante i risultati che innegabilmente stai raggiungendo, parli ancora delle porte chiuse in faccia, dei no che magari continui a ricevere e di come questo non ti abbia mai fermato. A volte non hai paura che questo lavoro possa inghiottirti e portarti a perdere altri aspetti della vita?

Si io posso dire di essere dipendente dal mio lavoro. Sembra assurdo ma è così. E me ne accorgo quando per tre giorni non lavoro e inizio a deprimermi. Ma questo mi succede perché è come se avessi un obiettivo per cui non posso perdere tempo, devo arrivarci. Ho perso molte amicizie perché effettivamente adesso viaggio molto per lavoro e quando sono a casa sto con la mia famiglia che comunque avrà sempre la priorità. Se accade qualcosa ci sono per le mie amiche, ma non sono più quell’amica con cui andar a far shopping o parlare le ore al telefono di chiacchiere da bar… c’è chi lo ha capito e chi no. Ma sono serena, la voglia di raggiungere determinati obiettivi è più grande e ne sono ben consapevole. È un discorso molto cinico ed egoista, ma credo che per raggiungere alcuni obiettivi bisogna sacrificare molto di se stessi. A volte ci ho pianto, perché all’inizio i miei amici continuavano a vedersi come sempre ed io ero l’amica sempre assente. Ci ho sofferto ma ad oggi ne sono felice.

 

Non solo sei una professionista che lavora più con le persone che con i paesaggi. Sei anche una cosiddetta Celebrities Photographer. Come hai iniziato in questo campo?

Come rispondo spesso non c’è mai un inizio in particolare. C’è il passaparola. I clienti imparano a conoscerti, a fidarsi di te ed ecco che si instaurano rapporti per cui si diventa personal photographer di un determinato vip. 

 

Sei diventata la fotografa personale di Ultimo, un artista che, come te, ha fatto del proprio lavoro e della propria arte una forma di vocazione. Lo hai accompagnato anche sul palco dei concerti all’Olimpico. Il tuo modo di lavorare cambia a seconda dell’ambiente in cui ti trovi?

Niccolò (vero nome di Ultimo, ndr) era uno dei miei tanti “obiettivi”. La sua musica mi ha sempre spronato dal punto di vista lavorativo. Con gli anni ho scoperto di essere un Niccolò ma al femminile e con una passione diversa. Ma il succo è lo stesso. Proprio per questo gli scatti che vedete per Niccolò sono l’esempio di ciò che sono realmente io. Catturo emozioni forti con lui. Non è un tipo da scatti di moda, e neanche io. Con gli altri sì, cambio spesso stile a seconda del Talent che ho davanti. È una mia “dote” diciamo. Una volta che ho la macchina in mano posso essere davanti a chiunque e ovunque, non mi interessa. Io vado dritta al mio obiettivo. Non mi lascio mai influenzare dal contesto o dalla persona che ho davanti. Prima di scattare mi viene un po’ di ansia, ma poi inizio a fotografare e non ci penso più. 

 

 

Ultimo - ph ©Giulia Parmigiani

Ultimo – ph ©Giulia Parmigiani

 

 

Lavorando in ambito cinematografico, quando si pensa alle foto il nome che salta sempre fuori è quello di Greg Williams. Ora, però, c’è anche il tuo. Sei stata anche ‛ricondivisa’ da Donna Langley e immagino sia stato un riconoscimento di quelli che ti fanno dire: «Okay, ce la sto facendo. È tutto vero.» Come ti relazioni con questa sensazione? Insomma, appari quasi come un personaggio delle fiabe per cui il sogno è diventato realtà…

Sono riconoscimenti che servono per spronarti ad andare avanti. Sono consapevole di esser ben voluta dall’America, e se non avessi avuto una famiglia qui avrei già preso un aereo per Los Angeles. Posso dire però che il sogno non è diventato realtà e non vorrei mai che lo diventasse del tutto, perché dal momento in cui pensi di esser arrivata allora è li che perdi quell’adrenalina e quella fame di arrivare che invece ti contraddistingue. 

 

E invece c’è una celebrità, in qualsiasi campo, che ancora non hai fotografato e che ti piacerebbe incontrare?

C’è, sì. È il mio più gran rimpianto perché mi sono avvicinata al mondo del cinema troppo tardi. È Bruce Willis.