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Jhalak – ©Ilaria Magliocchetti Lombi

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Ilaria Magliocchetti Lombi è una contemporanea flâneuse che guarda, osserva e assorbe la tessitura di scorci con una loro immaginaria estensione temporale.

Ilaria Magliocchetti Lombi, con la sua fotografia, riesce ad andare oltre lo sguardo giungendo fino a dove risiede l’elemento magico che incanta quell’attimo di osservazione, in un momento statico ma al contempo dinamico. È questo che l’artista esprime al di là dell’esperienza tangibile; vi è un tempo che non corre, bensì fluttua tra muri scrostati e ricordi dai contorni sfumati che si stagliano in una continua ricostruzione di molteplici storie. Intensa e densa è la comunicabilità che tesse e intreccia nei 110 sguardi femminili contenuti nella raccolta “Straordinarie”, un’ode all’empowerment femminile. La sua intrinseca passione per il viaggio si è tradotta in “Jhalak”, un cangiante reportage di un viaggio in India, ricco di spinte e pulsioni di un paese che, nella propria antichità contemporanea, oltre il “velo di Maya” è costantemente reinterpretabile. L’artista sta lavorando ad un nuovo progetto che volge lo sguardo ad un viaggio in Messico mentre sogna per il futuro l’Amazzonia.

 

Cover interno Jhalak - © ph Cerasoli

Cover interno Jhalak – © ph Cerasoli

 

 

La macchina fotografica è un’estensione di un attimo e delle sue molteplici possibilità di tramutarsi nel corso del tempo in scenari alternativi immaginari. Lei pensa che i personaggi di una foto possano continuare a vivere in mondi paralleli?
Devo dire che non ho mai pensato a che fine avessero poi fatto i personaggi delle mie foto preferite; la fotografia ha questo potere di cristallizzare un momento e nella mia testa loro sono rimasti li, immutati nel tempo, per sempre giovani, o vecchi, poveri o ubriachi.
Anzi, a volte, quando mi capita di leggere le storie dietro le foto, il racconto di che fine abbia fatto quella determinata persona di solito leva forza all’immagine, mi lascia sempre una sensazione un po’ amara.
Le foto più riuscite credo siano proprio quelle che ti lasciano una curiosità, un senso del mistero, che ti portano a immaginare.
Chissà perché è lì? Cosa sta facendo? Cos’è successo prima?
Appunto: immaginare infiniti mondi paralleli. 

 

Il viaggio è una metamorfosi socio-culturale, un’epica narrata sin dall’antichità che permette di scoprire i diversi modi di vivere le superfici. Quale texture predilige fotografare?
I muri scrostati, vissuti, scritti, insomma i muri parlanti. 

 

Dopo diverse collaborazioni nel mondo della musica, nel 2021 ha pubblicato il volume Jhalak, che in hindi significa “intravedere, dare uno sguardo”. Attraverso il viaggio intrapreso in India emerge una tessitura da reportage: le immagini non sono rilegate, bensì tenute insieme da un elastico. In questo modo si ha la possibilità di intercambiare la posizione delle immagini e dare vita a nuovi racconti in circolo. Cosa l’ha portata verso questa direzione?
Insieme al team di RVM e soprattutto con Francesca Pignataro, che è l’art director del volume, volevamo trovare una modalità che potesse restituire le sensazioni che avevo provato. Innanzitutto il caos, l’iper stimolo visivo e sensoriale.
Parlando con Francesca, le avevo raccontato questa sensazione molto forte che avevo avuto durante il viaggio, che la realtà non avesse una sola lettura, che ci fosse come un velo dietro al quale c’era sempre una seconda interpretazione.
Rischio di suonare banale ma l’India è veramente così, chi ci è stato lo sa: si ha spesso la percezione che quello che si sta vivendo, che gli eventi ai quali si assiste, abbiano una qualche interpretazione al di là dell’evidente.
L’idea di creare questi molteplici dittici è stata una grande intuizione di Francesca. Oltre a questo credo sia una forma che restituisce anche il sapore del ricordo. Alla fine questo è un lavoro sul ricordo di un viaggio e il ricordo è sempre poco chiaro, dai contorni sfumati, mai oggettivo, è sempre una ricostruzione.

 

Jhalak – ©Ilaria Magliocchetti Lombi

Jhalak – ©Ilaria Magliocchetti Lombi

 

In “Jhalak” le immagini vengono mostrate solo a metà per poi rivelarsi nella loro integrità una volta tolto l’elastico e liberati i poster. Il suo lessico è intriso di comunicabilità e comprensione, la sua percezione della realtà continua a vibrare nello scatto di un ragazzo intento a tuffarsi mentre intorno a lui c’è povertà. Cosa prova nel tradurre la crudità della vita in un momento di spensieratezza?
Credo che questo sia ciò che vede un occhio occidentale che, volente o nolente, è intriso di un certo immaginario.
Nell’immagine di un ragazzo che si tuffa in acqua con intorno altri adolescenti non c’è traccia di povertà o miseria.
Cos’è la miseria? Che lo stanno facendo in mutande e non in costume?
La miseria si presume perché si ha un’idea di quel paese e di quello che si crede che ci sia oltre i confini della foto.
Nel lavoro non ci sono immagini crude né di povertà evidente, non è stata una scelta di editing, non le ho proprio scattate.
L’india è comunque un paese in cui la vita e la morte, con le loro spinte e pulsioni, sono sempre presenti contemporaneamente e costantemente. 

 

Il testo introduttivo di “Jhalak” è curato da Vasco Brondi, cantautore e poeta; quest’ultimo afferma che “le fotografie sono un mezzo di trasporto, ti fanno cambiare continente con uno sguardo”. In una commistione di antico e contemporaneo, quale evoluzione ha subito il suo sguardo?
Fotografare in viaggio per me è come fare pulizia negli occhi e nella testa.
È una grande liberazione.
Sono foto che ho fatto sempre solo per me, senza il pensiero di farci qualcosa, quindi senza stare a nessuna regola del gioco.
Sono state in un cassetto, anzi in un hard disk, per moltissimi anni prima che decidessi anche solo di riguardarle.
Il mio lavoro di ritrattista mi porta a essere molto precisa, a volte ad avere anche un eccessivo bisogno di controllo sul set; invece questo tipo di fotografia mi libera da qualsiasi limite, da ansie, dal pensare che le foto debbano servire a qualcosa.
Questa pratica mi permette di ripulire lo sguardo, di tornare ad apprezzare gli errori e gli incidenti fotografici, mi permette di lasciare andare la voglia di controllo. Sono tutte cose che poi riporto anche nel mio lavoro più commerciale.  

 

Allestimento della mostra Straordinarie presso Fabbrica del Vapore Milano - © ph Di Palma Carnevali

Allestimento della mostra Straordinarie presso Fabbrica del Vapore Milano – © ph di Palma / Carnovali

 

Straordinarie è una raccolta 110 ritratti e voci di donne italiane provenienti da molteplici ambiti della società contemporanea; il progetto è promosso da Terre des Hommes, che ormai da 12 anni si batte per la protezione dei diritti delle bambine e delle ragazze in Italia e nel mondo. Come ritrattista, lei è tangibilmente priva di confini in quanto tra lo scatto e lo spettatore sembra non esserci alcun grado di separazione. Al giorno d’oggi quanto è difficile scuotere gli animi attraverso la potenza emotiva di uno sguardo?
Grazie per il complimento.
Ho cercato di evitare stereotipi anche fotografici, nelle pose, nella costruzione dell’immagine, nella messa in scena.
I soggetti hanno avuto spazio per manifestarsi, ho fatto un passo indietro e ho cercato di catturare qualcosa di onesto, vero no, perché nella fotografia non c’è mai verità. Scuotere gli animi con uno sguardo non so se sia possibile, sicuramente eravamo consapevoli che la fotografia non fosse sufficiente: infatti il lavoro di “Straordinarie” vive solo insieme alla parte testuale realizzata dalla giornalista e ideatrice del progetto Renata Ferri.
In mostra sentiamo le voci delle donne che si raccontano, sono ritratti parlanti, è quella la loro forza.
Nel libro, edito da Silvana Editoriale, sono raccolte le interviste. 

 

Quale viaggio futuro le piacerebbe immortalare? I suoi soggetti animati e inanimati quali sarebbero e come si sposerebbero?Sto continuando a lavorare sul mio archivio come ho fatto con “Jhalak”; il racconto di viaggio per me resta un lavoro sull’archivio, un lavoro di ricostruzione di una storia, i viaggi li ricostruisco solo dopo tanti anni che li ho vissuti.
Ora sto lavorando sul materiale di un viaggio in Messico.
Per il futuro sono tanti anni che sogno l’Amazzonia!