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L’artista racconta la capacità di saper trasformare l’ordinario in straordinario in un universo dove confluiscono unicità e creatività.

Scopriamo la mente di Laccio: coreografie universali e passioni che plasmano un’identità creativa, dall’interior design alla celebrazione dei colori attraverso viaggi tra la consapevolezza del presente e le possibilità del futuro.

 

L’essere un “giovane terremoto” nell’anima genera pensieri, parole, movimenti che si fondono nella tua arte. È una sorta di super potere che utilizzi per suscitare una reazione nello spettatore e spingerlo alla riflessione?

Penso che chi, nella vita, ha l’esigenza di comunicare verso l’esterno e ha scelto il palco come strumento, non può che farlo partendo da un moto e da un terremoto interiore. 

È come se fosse una forza primordiale, l’epicentro di uno tsunami emotivo che porta a trasmettere un’emozione dall’artista al pubblico. 

Tuttavia, non lo definirei un potere, perché l’artista è responsabile di ciò che comunica all’esterno, e ciò che lo spettatore recepisce è frutto delle sue esperienze pregresse e della sua parte interiore.

 

Quando hai raggiunto la consapevolezza che quel fuoco magico che ti ha accompagnato fin dall’infanzia fosse un talento? E in che modo si è trasformato nel tuo manifesto?

Non vorrei essere eccessivamente auto-indulgente, ma sarebbe esagerato definirmi in questi termini. 

Tuttavia, c’è stato un momento in cui ho sentito sicuramente una fiamma accendersi: è successo quando ho assistito a uno spettacolo di danza nella mia città natale, Latina, e mi sono innamorato di ciò che i miei occhi stavano vedendo. 

Ero già grande, avevo 17 anni, ma ciò non mi ha impedito di pensare: “Wow, anch’io!”.

 

 

Laccio

Laccio

 

Le tue coreografie sono una psichedelica miscela di elementi favolistici, dietro i quali si cela sempre una morale, e di postmodernismo; la danza possiede un proprio idioma. Qual è il linguaggio utilizzato dalla tua danza e quale messaggio vuole trasmettere?

Mi baso su un concetto fondamentale: la danza è essa stessa un linguaggio universale, quindi gode della fortuna di non necessitare né di traduzioni né di interpretazioni. 

Per Pina Bausch era un linguaggio alternativo alla parola, e mi piace l’idea di un dizionario di movimenti: ad esempio, nell’ultima produzione con la mia compagnia, Laccioland Dance Company, nello spettacolo “SACRÈSTE” ho affrontato il tema del vuoto e dell’assenza, un sentimento che in quel momento sentivo molto vicino a me.

 

Sin dai tempi più antichi la danza raffigura il corso armonioso degli astri. Pensi che siamo ancora “figli delle stelle” capaci di far brillare noi stessi e gli altri che ci circondano?

Penso sempre al fatto che il ferro nel sangue che circola nelle nostre vene è analogo alle composizioni ferrose degli astri. 

Quindi non lo dice solo Shakespeare, lo dice anche la scienza. 

Chi sono io per contraddire?

 

“La Danza”, il dipinto di Henri Matisse, trasmette la vitalità del corpo umano e il voler celebrare la gioia della vita. Nella tua vita il dinamismo professionale lascia spazio al tuo io riflessivo e celebrativo?

In ogni progetto a cui partecipo, scegliendo di collaborare o addirittura firmare, inserisco sempre una piccola parte di me. 

Strabiliante è il poter soddisfare tutte le parti che mi compongono e mi governano. Non considero il lavoro come unica fonte di soddisfazione personale, ma spesso questo è ciò che accade quando si trasforma una passione in un lavoro.

 

Tra i tuoi interessi ritroviamo l’interior design e la moda: esiste una sorta di geometria coreografica che influenza vicendevolmente questi due mondi?

Sono sicuramente dei vasi comunicanti, e per me sono passioni che sono nate praticamente contemporaneamente. 

Ci sono stati dei momenti, soprattutto all’inizio della mia carriera, in cui quei mondi erano il mio vero traino professionale. 

Ho sempre pensato che la sperimentazione non potesse essere confinata a compartimenti stagni, e ad oggi, che nei progetti ricopro sempre più spesso il ruolo di direzione creativa, questa mia attitudine è stata fondamentale.

 

Laccio

Laccio

 

Il cromatismo è la chiave di lettura di mondi spesso ignoti ma che, una volta scoperti, permettono di immergerci e di lasciare il corpo fluttuare. Lo troviamo in tutto ciò che ci circonda e ne assaporiamo la forza e l’intensità ogni volta che viaggiamo. I viaggi quanto influenzano il modo di esprimere la tua arte?

I viaggi non sono semplicemente occasioni di vita, ma vere e proprie opportunità. Conoscere altre culture ti avvicina a una consapevolezza delle proporzioni che intercorrono tra ciò che sei e ciò che ancora non conosci. 

Per me, viaggiare non significa solo cambiare coordinate, ma aprire la mente, acquisire conoscenza, aprirsi all’accoglienza, praticare l’altruismo. 

È arricchirsi.

 

Niksen è l’arte di non fare niente, intesa come quel concedersi attimi di sospensione dal mondo e dagli impegni che imperversano. Ti concedi momenti in cui far fluire la pressione in qualcosa di leggero?

Cerco il più possibile, quando gli impegni lo permettono, di fuggire e ritagliarmi un momento di sospensione. 

Qualche anno fa, insieme a mia moglie, abbiamo deciso di scegliere un “centro gravitazionale” un po’ distante per noi e nostro figlio dai luoghi dinamici delle nostre professioni in modo da gravitare intorno alle nostre passioni e tornare a trasformare l’ordinario in un qualcosa che ci faccia dire “Wow”.