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Tiffany Vecchietti e Michela Monti

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Tiffany Vecchietti e Michela Monti raccontano Brucia la notte, un romanzo necessario, che riflette sul nostro tempo in una Romagna distopica e brutale

 

Essere coraggiosi, di questi tempi, è un privilegio che non tutti possono assumersi, ma anche una responsabilità che in molti non vogliono affrontare. Non è il caso di Michela Monti e Tiffany Vecchietti che con Brucia la notte, romanzo edito Mondadori, hanno scritto una storia che guarda da vicino i fatti di cronaca che ci circondano, e invece di redigere un testo che potesse seguire i trend del momento, hanno creato una storia di lotta e resistenza, di sorellanza e coraggio, ma anche di brutalità, orrore e devastazione. Attiviste entrambi, tra le prime autrici a ritirarsi dal Lucca Comics and Games per sostenere la causa palestinese, Michela Monti e Tiffany Vecchietti hanno accettato di raccontarsi e di raccontare Brucia la notte, svelandone i punti di forza, le ambizioni, ma anche la sua natura in qualche modo rivoluzionaria, già a partire dalla scelta di ambientare la storia di Ani e Bianca, le due protagoniste del romanzo, in una Romagna distopica e cupa, dove la sopravvivenza non è né garantita né così scontata. Ecco quello che ci hanno raccontato.

 

Brucia la notte è un romanzo distopico che però ha il grande potere di saper raccontare l’attualità con una precisione quasi spaventosa. È stato in qualche modo doloroso far venire in superficie questa storia e vedere che, fuori dalla finzione, il mondo non era poi così diverso?
È un po’ come chiedersi se sia nato prima l’uovo o la gallina. Quello che ci succede attorno è ciò che ci ha spinte a immaginare la storia racchiusa dentro Brucia la notte, allo stesso tempo però quanto emergeva di più terribile speravamo rimanesse racchiuso dentro le pagine, invece molto spesso è diventata cronaca quotidiana. È quindi uno scambio alla pari, dove però non ci sentiamo vincitrici nel ruolo di Sibille.

Tra l’altro l’attualità del vostro libro si vede anche da come gestite l’idea della comunicazione all’interno della storia. La comunicazione si fa propaganda, un’arma utilizzata sempre da qualsiasi sistema oppressivo e di cui oggi stiamo vedendo esempi lampanti, come nel recente caso di Domenica In e delle dichiarazioni di Ghali sul genocidio. I Campi di Raccolta vengono ”venduti” come ultimo approdo della civiltà, una terra consacrata dalla presenza di acqua per cui si dovrebbe solo ringraziare, quando in realtà è ben altro. Secondo voi, in qualità di autrici, quanto è importante la scelta delle parole e del tipo di narrativa con cui si racconta qualsiasi tipo di storia? Vi siete poste il ”problema” di scegliere con accuratezza le parole e i simboli che avrebbero potuto richiamare?
La scelta delle parole, la precisione chirurgica con cui vengono manipolate all’interno di ogni frase dai soggetti politici, e la contrapposizione con il ruolo di verità che passa proprio attraverso di esse è un tema assolutamente centrale. Quando scegliamo come piegare le sillabe a favore di una propaganda, qualsiasi propaganda, sappiamo che ci stiamo spostando dalla verità. Che poi, forse non ne esiste mai solo una e non è mai assoluta, ma non è un caso che in ogni regime esistano anche reparti di Comunicazione e Propaganda affilatissimi come coltelli. Il loro ruolo è cruciale. Per noi invece la parola era fonte di verità e smascheramento da parte di chi subisce i regimi, non a caso nasce come esigenza di relazione e confronto con l’altro. Quando è racchiusa dentro di noi è piccola, forse innocua, sicuramente priva di peso agli occhi di chiunque altro (se non per il valore che può assumere per noi), ma quando circola si espande, travolge, è potente e crea ponti dove prima non esisteva nulla. Quei ponti sono idee, messe in circolo. E si sa, le idee sono pericolosissime.

 

Tiffany Vecchietti e Michela Monti - Brucia la notte

Tiffany Vecchietti e Michela Monti – Brucia la notte

 

 

Uno degli elementi principali del romanzo è senza dubbio l’ambientazione romagnola, che si fa protagonista aggiunta. Romagna che ha alle sue spalle anche una importante e orgogliosa tradizione di Resistenza. È stato (anche) per questo che vi è sembrato il ”teatro” migliore per le vostre due personagge?
La Romagna è stata una decisione quasi immediata per diversi motivi, tra cui sicuramente la sua storia e il suo spirito resistente e rivoluzionario. Poi la Romagna nell’immaginario collettivo attuale ha connotazioni decisamente distanti da questo suo spirito. È il luogo di villeggiatura spensierata, quello del divertimento leggero e del cibo buonissimo. Eppure è una regione che dal punto di vista paesaggistico racchiude dei gioielli incredibili, oltre ad episodi fortemente legati ai temi che trattiamo in Brucia la notte. Abbiamo decisamente giocato anche con il ribaltamento di alcuni dei ruoli tradizionali e storici assunti da diversi luoghi (in primis Dozza, oppure per San Marino e il suo Ponte delle Streghe), ma altrettanto abbiamo cercato di rafforzarne altri e proiettarli in una dimensione distopica (Cervia e Santarcangelo).

Quanto è stato importante poter ambientare la storia in luoghi che conoscete e che sono così tanto vicini anche alle vostre origini?
È sicuramente stato fondamentale, forse un po’ in controtendenza con la maggior parte dei distopici e dei fantasy che si occupano di immaginare il futuro. Soprattutto quando pensiamo alla distopia, di solito ci immaginiamo realtà distanti e lontane o ambienti anglosassoni per risultare più ‘universali’, senza tenere conto che una delle conseguenze possibili è che i problemi trattati da questi romanzi rischiano di risultare forse troppo distanti, qualcosa di cui non è necessario occuparsi in prima persona. Ma se – per dirne una – il collasso ecoclimatico ti colpisse sotto casa? Se il regime nascesse e crescesse a pochi chilometri da dove lavori o da dove abiti? Queste domande ce le siamo poste perché ci costringevano a un’urgenza nuova, prepotente. Quando rischi che i tuoi luoghi del cuore spariscano o diventino qualcosa di mortifero e letale… allora scatta qualcosa di profondo dentro di noi. Ed è quella sensazione di malessere a stimolare il cambiamento.

Non avevate paura di una certa ”esterofilia”? Insomma, molti lettori tendono a storcere il naso quando hanno a che fare con romanzi scritti da italian* ambientati in luoghi italiani…
Sappiamo che non è una scelta facile e che mette alla prova il gusto di tanti lettori abituati alle ambientazioni più esterofile o fantastiche, ma valeva assolutamente la pena provare. Anche perché le storie regionali italiane e il folclore di ogni pezzetto d’Italia sono incredibilmente ricche e offrono spunti che vale sempre la pena esplorare e scoprire. Noi siamo partite dalla nostra storia e dalle nostre radici, ma siamo convinte che riscoprendo tramite la lettura anche altri luoghi, questa prospettiva non possa che cambiare e arricchirsi.

Poniamo il caso che un lettore voglia visitare i luoghi del racconto, seguire le tracce di Ani e Bianca. Quale percorso consigliereste? Quali sono i luoghi fondamentali della storia e quali, invece, quelli che, nella vostra opinione, sono così rappresentativi della Romagna da meritare una sosta?
Be’, possiamo tracciare forse due percorsi. Uno che segue le tappe di Ani e Bianca, un giro più arzigogolato, oppure uno più razionale che va da sud verso nord. Nel primo caso, si parte da Cervia, si raggiunge San Marino, poi Dozza, Longiano e Santarcangelo di Romagna. Nel secondo caso invece si parte da San Marino, passando per Santarcangelo, deviando verso Cervia, tornando sulla via Emilia verso Dozza e si risale fino a Rocchetta Mattei. Crediamo che ognuno di questi luoghi sia una tappa davvero preziosa, che vale assolutamente la pena visitare. Cervia e le sue saline sono posti magici, pacifici, dove si vedono i fenicotteri rosa e, grazie alle guide, è possibile conoscere la storia legata alla raccolta del sale. Dozza è un borgo incantato, uno dei più affascinanti della penisola, arroccato in cima ad un colle e contraddistinto dagli affreschi su tutte le pareti delle case, fino a raggiungere la rocca. Santarcangelo, invece, oltre ad essere nel cuore della Valmarecchia – terra di vini e di altre prelibatezze – presenta una rete di quasi 160 tunnel sotterranei (detti grotte) scavati nella roccia, risalenti all’epoca romana.

Avete pensato a organizzare davvero un tour con i lettori? Vivere insieme la storia nei luoghi in cui è stata pensata?
Ci sarebbe davvero piaciuto poter visitare tutti questi luoghi insieme, noi ancora vogliamo credere che sia possibile farlo. Magari è un progetto che non vedrà la luce in fretta, ma tenteremo di organizzare appena ci sarà bel tempo! Ne vale davvero la pena e siamo molto orgogliose di poter far conoscere questi posti anche grazie ad un romanzo.

Tra l’altro la forte appartenenza di Brucia la notte ai luoghi raccontati è ben evidenziata anche dall’uso del dialetto e dalla sua manipolazione per descrivere determinati eventi o determinati gruppi di persone (senza voler fare spoiler ai lettori). Quanto è importante recuperare il dialetto?
Senza per forza risultare reazionarie o nostalgiche, sicuramente il dialetto è la ‘lingua del cuore’ che purtroppo sta scomparendo quasi del tutto in Emilia-Romagna. Sempre meno persone lo parlano, perché sempre meno persone ne hanno la necessità o sono abituate ad usarlo con regolarità. Recuperarlo e trasformarlo, per renderlo anche accessibile a chi non parla il dialetto romagnolo come prima lingua, ci è sembrato un modo semplice per celebrarlo e al contempo trasmetterlo verso l’esterno.

So che state lavorando già al secondo romanzo. Anche questo vedrà la Romagna come sfondo o c’è la possibilità di aprirsi ad altre regioni italiane?
Possiamo dire ancora molto poco, sicuramente però rimarremo in Romagna e sconfineremo in Emilia.

Se doveste provare a convincere qualcuno che non sa niente di voi a leggere il vostro romanzo, come descrivereste/vendereste Brucia la notte?
È una storia di lotta, di resistenza verso un orrendo regime da ribaltare. Ci sono vite diverse legate dalla necessità di sopravvivere e combattere in un mondo ostile. Ci sono le streghe. Non quelle che volano sulla scopa, ma le figure radicate nel nostro folklore che ci riportano al valore del legame con la natura. E sarà anche grazie a loro che le nostre protagoniste sapranno traghettarci verso la rivoluzione.

 

Tiffany Vecchietti e Michela Monti

Tiffany Vecchietti e Michela Monti