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Sofia D’Elia, giovane attrice che vedremo in Folle d’amore, ci racconta il suo percorso, tra l’amore per la recitazione e le ambizioni per il futuro

Di Erika Pomella

Foto di Maria Vernetti

Classe 2006, Sofia D’Elia è  la giovane attrice che vedremo il 14 marzo in prima serata su Rai 1 con il film Folle d’amore, una coproduzione Rai Fiction e Jean Vigo Italia che porterà sul grande schermo una figura complessa, affascinante e importante come quella di Alda Merini. Proprio in occasione dell’uscita del film diretto da Roberto Faenza – che vede nel cast anche Laura Morante, Federico Cesari, Rosa Diletta Rossi, Giorgio Marchesi e Mariano Rigillo – abbiamo potuto scambiare due chiacchiere con la giovane attrice che interpreterà Alda Merini negli anni della sua giovinezza. Ecco quello che ci ha raccontato.

Sei tra le co-protagoniste di Folle d’amore: Alda Merini. Alda Merini è una figura molto complicata, ma anche molto ricca, che ha affrontato tantissime sfide nella vita, sia privata che lavorativa. Come ti sei approcciata a questo ruolo? Qual è la stata la sfida più difficile?

Essere stata scelta da Roberto Faenza per questo film mi ha emozionato, riempito di gioia e ho anche provato un grande senso di responsabilità. Alda Merini, come tutti sappiamo, è un personaggio complicato per tantissimi aspetti e anche molto determinata fin dalla giovane età. Io nel film interpreto la Alda adolescente, la ragazzina ribelle che ha come unico obiettivo quello di scrivere poesie e di intraprendere gli studi al ginnasio. Tutto questo quando arrivano i primi segnali di quello che dopo verrà diagnosticato come disturbo bipolare. Ecco, forse la sfida più difficile è stata quella di cogliere gli elementi più importanti di questa vita in qualche modo sdoppiata già dall’adolescenza. Da una parte l’entusiasmo e il desiderio di realizzare un sogno e contemporaneamente una vita difficile fatta di alti e bassi e di ombre nella mente. 

 

 

 

Immagino, inoltre, che per interpretare un personaggio tanto sfaccettato e importante tu ti sia documentata molto. C’è stato un momento, mentre ti preparavi per il ruolo, in cui hai pensato che Alda Merini ti somigliasse? Che avesse qualcosa in comune con te?

Prima di interpretare un ruolo, leggo e studio più volte la sceneggiatura al fine di capire e cogliere tutti gli elementi utili e necessari per l’interpretazione. Oltre al copione, in questo caso mi sono documentata attraverso articoli, racconti, interviste e anche alcune poesie di Alda. Mi ha affascinato e incuriosito il rapporto tra mente, carta e penna. L’impressione che ho avuto documentandomi è che scrivesse per bisogno e per esprimere uno stato d’animo in modo libero, schietto e sincero. Il suo disagio e le sue paure erano fonti di ispirazione. È come se la scrittura abbia avuto un valore liberatorio. Ecco, forse in questo ho sentito di avere qualcosa in comune con Alda. Io sono sempre stata fin da piccola riservata, molto sensibile e anche malinconica. È stato cosi anche crescendo. Spesso preferisco non dire la mia o comunque preferisco ascoltare piuttosto che parlare per il timore che gli altri non la pensino come me su un argomento qualsiasi e possano giudicarmi, ma tutto questo non succede se sono sul set oppure impegnata nel canto perché in quelle situazioni sono completamente a mio agio e riesco ad esprimermi in piena libertà, non temo nulla e soprattutto sono felice.    

Com’è lavorare sul set con Roberto Faenza?

Lavorare con Roberto Faenza sul set per me ha significato avere a fianco un grande maestro con cui sentirmi sicura e consapevole in ogni scena. Mi sento onorata e privilegiata ad essere stata diretta da lui. In entrambi i set la cosa che più mi è piaciuta ed ho apprezzato è stato il modo in cui mi ha permesso di dialogare e discutere sulle scene, mi ha coinvolta ascoltando cosa ne pensassi su alcune scelte. 

Roberto Faenza ti aveva già voluto davanti alla sua macchina da presa per Hill of Vision, che a sua volta era incentrato su una figura molto importante, con una vita travagliata. È difficile interpretare un personaggio che si inserisce nella storia vera di un ”personaggio reale”? Dove inizia la biografia e dove, invece, la libertà narrativa e interpretativa?

Sì, ho avuto l’onore di lavorare già precedentemente con Roberto Faenza. Partecipare, interpretando un ruolo, alla ricostruzione della vita di un premio Nobel che da vagabondo, in tempi di guerra, diventa in seguito un importante scienziato è stato molto significativo. È un messaggio positivo e un incoraggiamento a non smettere mai di credere in sé stessi.  In Hill of Vision interpreto Frank, una ragazzina coraggiosa e determinata ed anche molto provata dalla guerra. Io sono Frank, l’amica speciale del protagonista che in un certo modo, diventa per Mario un punto di riferimento nelle varie vicissitudini. Siamo alla fine della seconda guerra mondiale ed io insieme a Mario e a un ragazzino di nome Fratello cerchiamo di sopravvivere alla fame e a tutti i problemi del periodo. Per interpretarla ho cercato di immaginare il più da vicino possibile cosa può significare vivere l’infanzia e l’adolescenza tra le macerie ed avere comunque dei sogni. Ho provato a immaginare quali possano essere i pensieri, le sensazioni e le paure di un’adolescente in un periodo drammatico di guerra e soprattutto in che modo, nonostante la paura, si possa riuscire a trovare un angolo di felicità e qualcosa in cui credere. Da questo punto di partenza mi sono immedesimata nel personaggio facendo anche affidamento al mio istinto.  

Nonostante tu sia molto giovane, hai già avuto modo di lavorare molto e anche con artisti internazionali. Cambia il modo di recitare quando devi dividere il set con artisti che magari hanno un approccio diverso o vengono da una scuola diversa?

Si, sempre in Hill Of Vision, ho conosciuto Laura Haddock, Elisa Lasowski, e Jake Donald – Crookes e Katja Lechthaler. Un incontro ed una conoscenza molto bella e significativa per me è stata quella con Milena Canonero, costumista 4 volte premio Oscar, conosciuta per Arancia Meccanica, Shining, Maria Antonietta e tanti altri capolavori della scena mondiale del cinema. Di Milena ho nel cuore tutti i suoi consigli sul set e le lunghe chiacchierate anche fuori da set. Oggetto di queste conversazioni erano spesso anche le mostre dei suoi costumi più famosi indossati da personaggi celebri del cinema. Poi mi incantavo ad ascoltare i suoi racconti sui suoi lavori con Stanley Kubrick, Francis Ford Coppola e tanti altri. Parlavamo tanto di arte e di pittura perché io adoro la storia dell’arte e la pittura, tanto che Milena a termine set mi ha regalato un bellissimo libro su Caravaggio perché sapeva fosse il mio pittore preferito. Questo dono da parte di un’artista immensa come Milena, mi ha emozionato e riempito di gioia. 

Hai recitato anche in Lucania, in cui anche il contesto aveva una sua importanza e si faceva protagonista aggiunto. Quanto è importante, per te, entrare in contatto anche coi luoghi che devi raccontare attraverso la tua recitazione?

Nel film Lucania di Gigi Roccati, ero molto piccola e proprio per l’età, sicuramente coglievo degli aspetti e degli elementi diversi rispetto a quelli che potrei cogliere oggi e coglierò più in là. Essendo molto giovane, ho ancora tantissimo da imparare e credo che il mio modo di vedere e concepire dei concetti sicuramente si evolverà.  Come dicevo in Lucania ero piccola e il ricordo che mi ha lasciato riguarda soprattutto il  contatto con la natura e la corsa tra i vigneti di cui mi sembra ancora di sentirne il profumo. Riflettendo oggi su questo film riesco più a comprendere gli aspetti importanti del senso di appartenenza ad un territorio, la sua valorizzazione e tutela che sono poi gli elementi fondamentali di questo film. 

 

 

 

Durante lo scorso Festival di Venezia, Pierfrancesco Favino ha parlato del film Ferrari, lamentando in qualche modo il fatto che Hollywood scrivesse storie italiane senza chiamare, però, attori italiani. Tu, che fai parte di una nuova generazione, cosa ne pensi? Pensi che il cinema italiano, in generale, abbia bisogno di ”internazionalizzarsi”?

In generale e non solo per quello che riguarda il cinema, mi piace pensare ad un mondo senza rigidi confini ma aperto ad influenze culturali di ogni genere.  Il cinema è cultura per cui non vedo un problema se un attore americano sia chiamato ad interpretare un ruolo italiano e viceversa. Internazionalizzarsi non credo significhi perdere le radici ma semplicemente confrontarsi ed aprirsi.    

Le tue interpretazioni hanno già avuto un riscontro molto positivo. Sei già stata definita un’attrice capace di recitare come una veterana. Questo complimento ti ha portato anche a sentire una sorta di pressione, come se dovessi dimostrare qualcosa? Di dimostrare di essere all’altezza delle aspettative?

Questo è sicuramente un grandissimo complimento di cui farò tesoro. Caratterialmente  sono sempre ottimista e cerco sempre di vedere il lato positivo in ogni cosa. Ogni set aggiunge volta per volta qualcosa di nuovo nel mio percorso da un punto di vista delle conoscenze. Di pressione non parlerei, siamo umani e se qualche volta si dovesse sbagliare si può sempre riparare e migliorare. 

Nello specifico, il primo ciak è sicuramente quello che più crea tensione perché in qualche modo, è quello in cui bisogna sciogliere il ghiaccio. Nel passaggio poi verso la prima battuta, prendo consapevolezza e mi faccio aiutare molto dal mio istinto mettendo anche in pratica naturalmente le tecniche di recitazione che studio. Personalmente non voglio vivere questo percorso sentendomi il peso di dover dimostrare, vorrei viverlo in modo più naturale e sereno possibile.    

Quali sono i tuoi prossimi progetti? E quale il sogno più grande, in ambito lavorativo, che speri di poter realizzare?

Per quanto riguarda i prossimi progetti, c’è un lungometraggio. Non posso svelare tanto e soprattutto non sono autorizzata perché si tratta di un film ancora in fase di preparazione e quindi è ancora tutto top secret. L’unica cosa che posso dire è che sono felicissima di aver conosciuto ed essere stata apprezzata e scelta dal regista Maximilien Dejoie per un  ruolo la cui produzione è  Albolina Film, MTPJust a Moment, con il sostegno di Film Commission Torino Piemonte.                                                                                                                                    Tra i miei sogni, mi piacerebbe molto in interpretare un ruolo per un film di Luca Guadagnino. Mi piacciono i suoi film perché mi sembrano una profonda esplorazione delle emozioni più nascoste.