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Giacomo Triglia, attraverso un marcato guizzo artistico e creativo, plasma viaggi sensoriali in immagini idilliache e retrospettive

 

Per Giacomo Triglia raccontare la musica nei suoi videoclip è una necessità naturale: in bilico tra ottimismo e pessimismo, il regista, appassionato del cinema d’autore che oscilla tra romanticismo e decadentismo, narra con leggerezza storie drammatiche, riuscendo a tingere un canovaccio con ironia e sapiente cinismo dal sapore jazz. La sua Calabria è un incessante continuum di storie e di luoghi da mostrare e valorizzare nella pluralità delle sue ricchezze naturalistiche ed architettoniche.

 

Qual è la tua fonte d’ispirazione nella realizzazione di un videoclip? Quanto è difficile riuscire a trasformarla da idea a visione?
Identificare una fonte d’ispirazione precisa non è facile, poiché le nostre associazioni mentali sono il risultato di chi siamo e delle nostre esperienze. Tuttavia, devo riconoscere l’importanza fondamentale che la gravissima forma di cinefilia ha avuto nel plasmare il mio lavoro. Fin da studente, passavo notti insonni immerso nel cinema d’autore trasmesso dal mitico Enrico Ghezzi nel programma “Fuori Orario” su Rai3, l’unico modo per accedere a quel tipo di cinema in quegli anni. Inoltre, la lettura, con i libri di Kurt Vonnegut, Daniil Charms, Dave Eggers, Donald Barthelme, David Foster Wallace, Michail Bulgakov etc, la musica di John Coltrane, Miles Davis, Archie Shepp, Charles Mingus, Max Roach, Hank Mobley etc, e naturalmente i viaggi, hanno contribuito alle mie idee. Il processo creativo, per me, è sempre stato naturale e istintivo: ricevo il brano, lo ascolto un po’ di volte in loop e scocca la scintilla che si trasforma in una visione e infine si materializza in immagini e sceneggiatura. Il tutto in modo estremamente spontaneo e a volte immediato.

 

 

L’archi-trama del videoclip può essere pensata come un’Odissea che dal suo proemio giunge alla catarsi; pensi che ogni canzone racchiuda in sé un proprio epos?
Dal mio punto di vista il video musicale è, e dovrebbe essere, una forma d’arte narrativa, o comunque deve racchiudere una qualche esperienza visiva e sensoriale con un inizio, uno sviluppo e una fine. Non sono un grande fan dei videoclip tradizionali con il semplice playback, preferisco raccontare una storia ispirata dalla combinazione di musica e testo, quasi come fosse un piccolo film. Riguardo alle canzoni, dipende molto dall’autore. Alcuni testi sono così ben strutturati che sembrano vere e proprie sceneggiature cinematografiche, come quelle di Lucio Dalla ad esempio, mentre altri sono più concettuali e lasciano più spazio all’interpretazione personale.

 

Giacomo Triglia con Ornella-Vanoni

Giacomo Triglia con Ornella-Vanoni

 

 

Hai diretto il videoclip “Futura” di Lucio Dalla che, con quella canzone, trasmette un’idea di ottimismo e speranza per il futuro. Che nome daresti oggi al futuro del domani?
Riformulando una citazione chiave dal nuovo film di Wim Wenders “Perfect Days” (“Un’altra volta è un’altra volta. Adesso è adesso”), potrei dire: “Il futuro è il futuro. Adesso è adesso.” Questa frase contiene sia ottimismo che pessimismo. Da un lato, ci invita a vivere pienamente il presente senza preoccuparci troppo del futuro, godendo di tutto ciò che abbiamo, ma dall’altro riflette anche un senso di pessimismo a causa del rapido cambiamento tecnologico, specialmente nel mondo dell’arte influenzato dall’intelligenza artificiale. Il progresso tecnologico è così rapido che è difficile fare previsioni sul futuro, anche quello prossimo, come facevamo in passato, e questa cosa per me è super affascinante, e allo stesso tempo spaventosa. Affascinante perché vedo le infinite nuove possibilità di questo nuovo strumento, e la cosa mi gasa parecchio, spaventosa semplicemente per la paura di non riuscire a stare dietro alle troppe novità con il rischio di non riuscire a concentrarsi troppo perché distratti dalle troppe alternative.

 

Ne “Lo stretto necessario” fotografi una Sicilia in perfetta osmosi tra il vintage e un melanconico glamour: quali elementi consideri più importanti nella scelta della location?
Quel video potrebbe essere riassunto con “ti piace vincere facile”. Con un mare così, un sole così splendido, un vento così perfetto, e la bellezza di Claudia, è stato tutto troppo facile. Col passare del tempo ricordo quel set come uno dei più piacevoli che abbia mai vissuto. Mi sono lasciato ispirare da tutto ciò che mi circondava, senza avere una sceneggiatura precisa ma seguendo un semplice canovaccio e tanta spensieratezza. Realizzo sempre storyboard precisi, spesso accompagnati da rubamatic altrettanto precisi, ma sono uno a cui piace tanto improvvisare sul set.

 

Giacomo Triglia con Levante

Giacomo Triglia con Levante

 

È in uscita “LEVANTE VENTITRÉ – Anni di voli pindarici”. Com’è stato tornare a collaborare con Levante? Cosa puoi dirci di questo nuovo progetto? Sarà anch’esso una sorta di viaggio di stampo esperienziale?
Lavorare con Levante è sempre un vero piacere. Prima di questo documentario, disponibile su Paramount+ dal 23 febbraio, il nostro ultimo videoclip insieme, il sesto, “Canzone d’Estate”, risale al giugno 2023. “Levante Ventitré” rappresenta un racconto avvincente e intimo sulle esperienze di Levante dietro e davanti al palco nel 2023. Questo progetto include documenti inediti, foto, video e momenti rubati dietro le quinte, che narrano riflessioni, retroscena, momenti di gioia e di smarrimento. Offre al pubblico l’opportunità di rivivere gli ultimi 12 mesi della vita di Levante, un periodo che ha lasciato un’impronta indelebile su di lei.

 


Come vivi il rapporto con la tua terra natia e come la Calabria influenza la tua vita e la tua arte?
Come ho spiegato recentemente in un’intervista al TG1, per me la Calabria è come un pigiama comodo che non vuoi togliere la domenica mattina. È la mia comfort zone che mi regala la serenità necessaria per scrivere e montare i miei lavori. La scelta di rimanere in Calabria, nonostante la maggior parte della mia produzione avvenga tra Milano e Roma, non è mai stata motivata dall’orgoglio né da una sfida. Vivo qui semplicemente perché qui vivo bene, altrimenti sarei altrove. È un lusso, un privilegio che mi concedo, perché riesco a vivere dove voglio vivere, pur lavorando dove voglio lavorare, e in fondo un’ora e poco più di aereo non è una sfida così difficile da affrontare; probabilmente è lo stesso tempo che impiegherei nell’entrare in città in auto considerato che, conoscendomi, la mia casa sarebbe comunque in periferia e immersa nel verde.

Viaggio, una parola che racchiude in sé la capacità della scoperta dell’ignoto; qual è secondo te il senso del viaggiare?
Se per “ignoto” intendi anche il viaggio dentro noi stessi, sono completamente d’accordo. Per me, viaggiare è un momento per essere in contatto con i miei pensieri più profondi, anche se viaggio in compagnia o mi trovo in mezzo al caos. È un’occasione per ricaricare la mente, per ampliare la mia percezione e notare dettagli che altrimenti mi sfuggirebbero per colpa delle distrazioni quotidiane. Per me, viaggiare è essenziale, mi piace perdermi per le strade di una città sconosciuta, vivere le giornate senza preoccuparmi dell’orologio, è qualcosa di cui non potrei fare a meno. Nel 2023 ho avuto la fortuna di visitare il Giappone, di girare un documentario in Niger con Jovanotti e di tornare a New York per la seconda volta. Spero nel 2024 di riuscire a fare altrettante esperienze in giro per il nostro bel pianeta.

 

Giacomo Triglia con Brunori-Sas

Giacomo Triglia con Brunori-Sas

 

Come Astolfo sulla luna, anche tu nei tuoi lavori riesci a riappropriarti del senno perso dall’uomo; si potrebbe citare il videoclip “La verità” di Brunori Sas, vincitore del premio per il miglior videoclip italiano al Pivi. Da dove nasce l’esigenza di rappresentare una società in bilico tra il bene e il male?
Per me, è una necessità naturale: riesco ad essere sia ottimista che pessimista contemporaneamente, e tutto questo con leggerezza. Mi piace raccontare storie drammatiche con un tocco di ironia, adoro essere cinicamente ironico. Trovo affascinante usare, e vedere usare, la musica come contrappunto alle immagini: quanto è bella, poetica e assurda la scena della lite in “Parasite” con “In ginocchio da te” di Gianni Morandi?

 

Il cinema quanto influenza il tuo lavoro? Ultimo film che ha catturato la tua attenzione?
Il cinema ha avuto un’enorme influenza su di me, permeando non solo il mio lavoro ma anche la mia intera vita. Per me, il cinema è un’esperienza fondamentale, soprattutto quando si tratta di film d’autore. Tralasciando i film dei mostri sacri che tutti dovrebbero vedere, film come “Elephant” di Gus Van Sant, “Il ladro di orchidee” di Spike Jonze, “Bardo, la cronaca falsa di alcune verità” di Inarritu, “Le armonie di Werckmeister” di Bela Tarr, “Canzoni del secondo piano” di Roy Andersson, “The Master” di Paul Thomas Andersson, “La ragazza del bagno pubblico” di Jerzy Skolimowski, “Hana-Bi” di Takeshi Kitano, “Attenberg” di Athina Rachel Tsangari, “Riunione di famiglia” di Thomas Vinterberg, “Man on the moon” di Milos Forman etc, sono film che mi hanno segnato profondamente. Spesso ho inserito citazioni cinematografiche nei miei videoclip, come ad esempio in “Alla Salute” di Jovanotti, dove abbiamo omaggiato film come “Il bisbetico domato” con Celentano, “Du Levande” di Roy Andersson e “Novecento” di Bertolucci. Di recente, un film che ha catturato particolarmente la mia attenzione è stato “Poor Things” di Lanthimos, un regista che ammiro fin dal suo primo lavoro, “Dogtooth”, che continua ad essere il mio preferito. Un altro film che di recente mi ha colpito molto è “Beau ha paura” di Ari Aster, che racchiude quella follia drammatica e ironica di cui parlavo prima.

 

Hai firmato “Calabria Straordinaria – Verso Sud”, il cortometraggio promozionale per la Regione Calabria; cosa si prova a cantare, attraverso la propria arte, gli strabilianti voli pindarici dal mar mediterraneo alle vette della Sila?
È stato un vero piacere per me poter narrare la mia terra, e farlo a modo mio. C’era una ricchezza di storie e di luoghi da mostrare, e ho scelto anche di valorizzare posti meno conosciuti ma altrettanto splendidi, come i Calanchi Bianchi di Palizzi in provincia di Reggio Calabria. È stata anche una bella occasione per proseguire il rapporto con la Calabria Film Commission che penso stia facendo un ottimo lavoro.

 

 

Giacomo Triglia con Jovanotti

Giacomo Triglia con Jovanotti

 

Finora, qual è stata l’esperienza più emozionante del tuo lavoro? E cosa ha reso quel momento così speciale?
In ogni progetto ho avuto esperienze uniche e significative, ognuna per motivi diversi, e le ricordo tutte con estremo piacere, in fondo per me si tratta di un gran bel gioco. I videoclip degli esordi con il caro amico Dario Brunori in arte Brunori Sas, i 16 videoclip con Francesca Michielin tra cui “Vulcano” girato dal tramonto all’alba per le strade di Berlino, “Torna a casa” dei Maneskin, i brividi di quella volta in cui “Futura” di Lucio Dalla è partita sul set, stringere la mano a Luciano Ligabue dopo aver trascorso tutta la notte sveglio a girare le scene con gli attori, aver fatto recitare 45 cari amici nel videoclip “Passerà” di Eugenio Finardi, i primi videoclip super artigianali con Colapesce e Dimartino, i due piccoli cortometraggi realizzati con Samuele Bersani; tuttavia il documentario girato in Niger con Jovanotti è stato davvero straordinario e probabilmente irripetibile, soprattutto considerando il livello di pericolosità attuale di quelle zone, dormire in mezzo al deserto del Teneré in una tenda Tuareg dopo aver assistito al Festival dell’Aïr, salire in cima alla storica moschea di Agadez, districandomi tra cunicoli strettissimi, spostarsi per ore ed ore a bordo di aereo cargo militari e super jeep, navigare sul Niger, entrare in contatto e vivere la quotidianità della gente del posto, sono cose che difficilmente potrò dimenticare.