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Una rubrica musicale come ormeggio di una nave che solca i mari della memoria attraverso le sette note di un pentagramma volante che sfreccia verso gli iridescenti luoghi della nostra penisola da vedere, respirare e vivere.

All’alba di un nuovo giorno le lancette dell’orologio di una stazione ferroviaria segnano quasi le sei del mattino, rintoccando simultaneamente una corsa in slow-motion orchestrata dai tacchi della cantantessa in procinto di partire verso una dimensione temporale che celebra il Natale e l’inavvertita consapevolezza del tempo che vola.

L’incalzare di un treno in corsa è un autentico amarcord, segnato dalla storica littorina con il suo arcaico fascino da carrozza ferroviaria che per un istante sembra dipinta su una diapositiva in bianco e nero e rigata dalle venature del tempo, il che le concede un fascino ineguagliabile.

A incorniciare una mattina tersa intrecciata a fasci elicoidali di polvere sui lampadari accesi è Bronte, il frutto lavico e smeraldo dell’Etna, famigerato per il suo “oro verde” che delizia palati di tutto il mondo.

La Sicilia è un perfetto e misterioso crocevia di arterie straniere che confluirono nel territorio, rendendo il paese un mosaico multietnico e culturalmente straripante di usi e costumi che generarono un festante e glorioso bazar.

Indossando una faccia nuova, Carmen Consoli, per antonomasia erudita autrice e poetessa del cantautorato italiano, abbina la capigliatura folta e riccia a un vestito da cerimonia, seppellendo il desiderio intrepido di avere a fianco ectoplasmi che da un buco nero brillano nello spazio affettivo.

Allo specchio c’è un’altra donna, nel cui sguardo non vi è paura nell’accettare la preziosa assenza che traccia una beata ricorrenza, mentre l’automotrice sfreccia tra i meravigliosi scorci etnici fondati mitologicamente dal ciclope Bronte, figlio di Nettuno.

 

 

 

Stazione ferroviaria di Bronte

Stazione ferroviaria di Bronte

 

A oriente il giorno scalpita e non tarderà a fare brillare le pendici occidentali dell’Etna, guardando l’alba che ci insegna a sorridere e sembra invitarci a rinascere dal momento che tutto inizia, invecchia, cambia forma trasformandosi in un amore il cui umore onirico col tempo si dimentica.

Già Natale e il tempo vola, tutti a tavola prima che si freddi il banchetto, mentre un padre con la barba finta e un cappello rosso in testa intrattiene una fragorosa serata di festeggiamenti intersecati dal rumore della carta che si strappa e bucce di mandarino arrostite sulla cucina economica a legna.

E irrompe impetuosa la vita, nell’urgenza di prospettiva che presagisce gli occhi di un figlio con i suoi giocattoli per casa, segno di una continuità di tradizioni e impronte simili agli affetti che l’hanno preceduto.

La vita è uno strano incantesimo che ti fa credere di avere molto tempo per abitarla ma, seduti su un treno d’epoca, emergono riflessioni che sfociano in un flusso di coscienza inarrestabile e si percepisce quell’invisibile contatto tra noi e il mondo che, nonostante le gioie e i dolori, continuerà a girare su se stesso nel suo imperturbabile, silente movimento.

A oriente il giorno freme e la notte depone armi e oscurità per accogliere una nuova alba che si insinua dolcemente tra i vicoli di Bronte impreziositi da murales dove il turchese abbraccia due teste di moro, emblema della Sicilia e di un amore leggendario terminato nel sangue ai tempi della dominazione araba presso la Kalsa, antico quartiere della città di Palermo.

Il sole mostra l’immane magnificenza del Castello Nelson, che rappresenta un monumento attraversato fin dal Medioevo da illustri personalità, tra le quali spiccano la regina Margherita di Navarra nel XII secolo e il poeta scozzese William Sharp che vi soggiornò fino alla morte.

Bronte, ambrata dal tramonto, si chiude tra i suoi petali smeraldo per rigenerarsi e rinascere all’alba di un nuovo esordio.