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Trinità dei Monti

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Una rubrica musicale come ormeggio di una nave che solca i mari della memoria attraverso le sette note di un pentagramma volante che sfreccia verso gli iridescenti luoghi della nostra penisola da vedere, respirare e vivere.

Roma, custode di sconfinata bellezza e cultura in una notte invernale, quando sale una lieve nebbia tra le vie della capitale donandole un caratteristico odore di trattorie rusticanti e calici di vino rosso.

Tommaso Paradiso scrive una lettera a cuore aperto alla città eterna seguendo una linea temporale che ha un inizio e un continuum: gli anni della giovinezza che via via vanno a plasmarsi attraverso l’esperienza di incontri affettivi e professionali. E così, una sera di gennaio, ritroviamo un gruppo di amici seduti in un ristorante caratteristico e intenti a brindare alla loro capacità di non perdersi di vista e galoppare su terreni di ataviche amicizie. Ridenti gli sguardi dei commensali. Poi, dopo una boccata di sigaretta, il cantautore romano veste i panni di anfitrione, accompagnandoci per le meraviglie della capitale e ricordando a se stesso e a noi tutti di quanto fossimo belli nel secondo decennio della nostra vita.

Un giorno normale era sempre un giorno speciale, seguendo le mode degli anni ‘90 sulla scia di acconciature con la riga di lato e imperlate da un gel extra forte, sognando di toccare il cielo e andare oltre l’aldilà.

Sulla magnificente scalinata di Trinità dei Monti volano le note nostalgiche posandosi sui pensieri sul dettato, le notti a studiare Kant e matematica con le spalle scoperte e la musica di mamma e papà. Roma, il tuo sistema solare racchiude il cuore di ciascun passante chiuso nella pelle e intento a tambureggiare in piena attività estatica di fronte alla famigerata scalinata, inaugurata nel 1725 dove un tempo regnavano silenti olmi. Dall’idea primordiale e brillante del cardinale Mazzarino il progetto architettonico fu ultimato nel 1660 e solo, come abbiamo detto, nel 1725, l’opera fu inaugurata da papa Benedetto XIII, in occasione del Giubileo dello stesso anno. L’architetto Francesco De Sanctis edificò gli ammirevoli e sontuosi 135 gradini in travertino bianco, resi ora ancora più candidi dal recente restauro.

 

 

Castel Sant'Angelo

Castel Sant’Angelo

 

La scalinata, incoronata dalla chiesa della Santissima Trinità dei Monti, incornicia armoniosamente Piazza di Spagna, che deve il suo nome al Palazzo di Spagna, sede dell’ambasciata omonima presso la Santa Sede.

Le luci dei lampioni irradiano ed esaltano lo splendore antico e quanto mai attuale della Barcaccia, la famosa fontana commissionata a Pietro Bernini dall’allora papa Urbano VIII tra il 1626 e il 1629. Sono diverse le leggende che aleggiano intorno a quest’opera che si staglia tra alluvioni e luogo di naumachia. I pensieri corrono a fare le conte, i biscotti inzuppati nel latte con i discorsi dopo mezzanotte, ridendoci ancora tra una lacrima e un mannaggia alla Befana! L’affetto che si prova per questa città è talmente smisurato che si ha voglia di crollare tra le sue fontane scheggiate e con Alberto Sordi nelle tempie, che con le sue intramontabili pellicole ci ha permesso di vivere e mangiare nel modo più sincero che c’è in una Roma caciarona e fumante.

Dal solitario e suggestivo ponte Sisto ci portiamo poi a ponte Sant’Angelo, che introduce la lodevole mole cilindrica, nota a tutti con il nome di Castel Sant’Angelo, inizialmente progettato nel 123 d.C. dall’imperatore Adriano come Mausoleo Adriano per garantire una degna sepoltura a sé e alla sua famiglia, subendo nel corso del tempo diverse modifiche aggiuntive e ricoprendo svariati ruoli, tra cui quello di fortificazione a difesa della città durante le numerose incursioni a cui fu soggetta.

L’antico mausoleo deve il suo nome all’Arcangelo Michele che, secondo una leggenda, nel 590 salvò Roma da una pestilenza apparendo a papa Gregorio I mentre rinfoderava la spada, simboleggiando la fine dell’epidemia. Non c’è un’altra cosa più vera e più bella di questa: i nostri anni correranno sempre per le vie della memoria affettiva, riempiendo a volte vuoti e crepe dove regna la nostalgia.