Please Enable JavaScript in your Browser to visit this site

Sutri

ASCOLTA L'ARTICOLO

i Questo audio è generato in automatico ed è letto da una voce neurale, per cui potrebbero esserci dei difetti di pronuncia o intonazione.
Una rubrica musicale come ormeggio di una nave che solca i mari della memoria attraverso le sette note di un pentagramma volante che sfreccia verso gli iridescenti luoghi della nostra penisola da vedere, respirare e vivere.

Il nastro rosso è l’immaginaria appartenenza di Marco Mengoni al substrato del proprio inconscio che corre tempestivamente tra l’inganno e la volontà di restare fermo al punto d’origine del monologo interiore. Il cantautore, giovane e quasi smarrito nello scenario a cui la sua mente ha fervidamente dato vita, cerca di muoversi, seppur non celando affatto le proprie insicurezze, con la crescente consapevolezza lungo un sentiero arboreo dove si stagliano odorosi rami che ondeggiano al ritmo del vento.

L’irraggiungibile trae in inganno il cuore lento di un diavolo fragile di fronte a un sole che attende soltanto un segno di riverenza; la testa china fino al concitato momento in cui il toreador entra in scena, colpendo con energica maestranza il manto purpureo mentre il silenzio rende persino il respiro immobile e traboccante di solitudine. Solo con se stesso, il protagonista di siffatto racconto deliberatamente favolistico, segue la crescente smania di uscire, non ritornare, scivolare e innalzarsi attraverso la ricerca di ali che lo portino a viaggiare più forte del vento e del male che ora si mostra insidioso nella sua anima. Un racconto coreografato da un gruppo di tute nere che accerchiano Mengoni in movimenti inclusivi fino a creare un alveare di braccia e mani invadenti e irritanti che si posano sulla pelle imperlata di sudore e sugli occhi marcati dall’eyeliner denso e deciso.

Si percepisce il senso di irrequietezza verso un mondo esacerbato dall’egoismo e dall’indifferenza verso le cose vere e buone della terra. Adesso è il momento che l’anfiteatro romano di Sutri impersoni il topico scenario della disfatta emotiva e riflessiva, lasciando solo spazio all’impeto del cantautore che correrà nell’arena mentre gli occhi bruciano di lacrime e sudore.

 

 

Sutri: Anfiteatro romano

Sutri: Anfiteatro romano

 

Il cuore si ferma, la folla non c’è più e il monumento, seppur più piccolo rispetto agli altri anfiteatri, è gloriosamente celato dalle grandi pareti di tufo e dai lecci con le loro copiose chiome in un conturbante gioco di colori tra il nero e il verde.

Nelle epoche remote il teatro è stato reso un acceso luogo di incontri circensi e ludici con i suoi oltre 5000 ospiti in visibilio mentre la terra, agitata da carri e animali, si sollevava verso l’atmosfera creando l’illusione di pulviscoli aeriformi. La pioggia battente sembra voler redimere e ripulire le angosce che attanagliano l’essere umano: un cuore amaro e fosco che si snoda fra le tre gradinate suddivise da corridoi. Sebbene l’incuria del tempo non sia stata clemente, la resilienza del tufo ha lasciato ben visibili gli otto palchi, le scale che permettevano l’accesso e i canali necessari al deflusso dell’acqua piovana.

Le statue e le colonne che decoravano l’antica struttura hanno lasciato le loro tracce quasi invisibili; la loro sinuosità perduta resterà infusa prodigiosamente nell’immaginario storico-culturale. E altre anime smarrite vedranno il sole accordato con l’azzurro, spazzando via l’onore inutile e abbracciando il colore dell’immenso non più soppesato dal macigno dell’insicurezza.

Accompagnati dal profumo dolce e vivido di una nuova estate, potrete scorgere dalla macchina in movimento i lineamenti inequivocabili dell’anfiteatro dal corpo fiero e roccioso.