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Guardare il mondo attraverso i filtri di una macchina da presa e diventare turisti sulla scia dei film che si sono amati è il modo migliore per viaggiare. Ecco come il cinema racconta l’Italia
e la bellezza dei suoi angoli nascosti

Roma è una città che il cinema ha celebrato in lungo e in largo: abbiamo visto il suo lato più decadente ne La Dolce Vita di Federico Fellini, mentre ne abbiamo studiato il volto più romantico e sognatore in Only You – Amore a Prima Vista, con Robert Downey Jr. e Marisa Tomei. Ma Roma è una città che nasconde la sua anima nelle zone più periferiche, che stanno trovando un proprio spazio sul grande schermo. L’esempio più interessante riguardo la riscoperta della periferia capitolina è quello di Gabriele Mainetti, regista romano del bellissimo Lo chiamavano Jeeg Robot, vincitore di ben sette premi ai David di Donatello 2016. La storia è quella di Enzo (Claudio Santamaria), un reietto della società che, dopo essere caduto nel Tevere, entra in contatto con una sostanza radioattiva che gli permette di sviluppare una forza sovrumana. Grazie a questo “dono” cercherà di proteggere Alessia (Ilenia Pastorelli), figlia di un amico e appassionata dell’anime Jeeg Robot d’Acciaio, al punto da confondere la realtà che la vuole orfana al mondo raccontato nel famoso cartone giapponese. In tutto questo, Enzo dovrà anche vedersela con i tirapiedi dello Zingaro (Luca Marinelli) che vogliono recuperare dei soldi che Enzo deve loro e che, per volere del loro boss, vogliono scoprire da dove arriva la forza di questo strano supereroe. Da un punto di vista cinematografico Lo chiamavano Jeeg Robot rappresenta un prodotto profondamente interessante per essere un film che punta al cinema di genere, branca della settima arte molto spesso sottovalutata nelle produzione italiche. Ma l’immaginario che Gabriele Mainetti ha dipinto sullo schermo attira l’attenzione anche per la scelta di narrare una storia di antieroi e supereroi quasi criminali sullo sfondo di una Roma fatta dei palazzoni anonimi di Tor Bella Monaca, una zona dove il cemento vive a contrasto con le macchie verdi di prati improvvisati e disordinati, che ben si sposa con l’idea di margine, di una terra di nessuno dove anche i disperati trovano la forza per sognare una via d’uscita.

 

Lo chiamavano jeeg Robot: Claudio Santamaria in una scena del film girata al Luna Park di Torvajanica

Lo chiamavano jeeg Robot: Claudio Santamaria in una scena del film girata al Luna Park di Torvajanica

È da Tor Bella Monaca che emerge il personaggio di Enzo, in questa zona tra il Grande Raccordo Anulare e la via Casilina prima di diventare l’Hiroshi Shiba/Jeeg Robot amato da Alessia sulle sponde deserte del Tevere. La fuga che condurrà Enzo verso le scorie radioattive che cambieranno la sua vita si dipana nella zona di Campo Marzio, allungandosi verso Castel Sant’Angelo, forse il luogo più conosciuto e riconoscibile che i non romani possono trovare all’interno del film. Altro luogo iconico di Lo chiamavano Jeeg Robot, sconosciuto ai più, è il Luna Park di Torvajanica, località sul litorale laziale tra Ostia e Anzio, una striscia di terra chiusa in una parentesi di villette e spiaggia scura. E ancora, una delle sequenze più importanti e toccanti del film avviene a piazziale Ostiense, nell’omonimo quartiere, divenuto famoso per la presenza della Piramide Cestia, piramide di stile egizio costruita tra il 18 e il 12 a.C., e della porta San Paolo. Proprio vicino alla stazione della metro, Enzo rincorre Ilenia, sfuggita con il suo “abito da principessa” e la delusione a muovere i suoi passi. I due si chiariscono e cercano di mettere ordine nei propri sentimenti, quando Enzo si lascia sfuggire la sua copertura, rendendosi un bersaglio visibile per lo Zingaro. Ed è contro quest’ultimo che ha luogo uno scontro visivamente accattivante, ambientato allo Stadio Olimpico, dove si sta svolgendo il derby della capitale tra Roma e Lazio.

In questa lunga sequenza Gabriele Mainetti crea un riferimento al mancato attentato a Roma del 1994, quando Cosa Nostra tentò di far saltare in aria la zona intorno allo stadio, con un’autobomba piazzata in via dei Gladiatori. Con Lo chiamavano Jeeg Robot Gabriele Mainetti ha portato al cinema una capitale ben lontana dall’immaginario e, soprattutto, dai film di stampo hollywoodiano. Così facendo ha restituito la città a coloro che la abitano e la vivono, trasformandola in un teatro cupo e surreale, ottimo, per citare la sigla dell’anime, per un «ragazzo che senza paura sempre lotterà».