VIAGGIO IN MARSICA

Postato su Gennaio 25, 2017, 3:13 am
13  minuti

C’era una volta la Marsica, sub-regione dell’Abruzzo. All’età del ferro, presidio di roccaforti poste sulle alture, dominanti le pianure e le valli e teatro di epiche battaglie.  Qui vigeva la “cultura fucense”, raffinati artigiani forgiavano le spade e gli scudi per i loro re e per i principi guerrieri.

di Boris Gagliardi

E ora siamo in Autunno, nel tempo delle castagne, del fuoco acceso, di San Martino, del vino e delle zucche. Siamo nel tempo della pioggia e delle foglie e della terra rossa, delle limoncelle. Nel tempo del silenzio e del raccoglimento. Tutto freme e lavora sotto, sottoterra; tutto si copre e medita, osserva, riflette. È tempo di partire!!! Dove andiamo questa volta? Dove ci porta la sorte o il desiderio o il consiglio di un amico?

In effetti come per molte cose anche per i posti da visitare nella nostra bella Italia vale la regola del passa parola. Così, grazie ad Antonio, un amico che me l’ha indicato, sono venuto a conoscere Corcumello.

Per le vie di Curcumello

In provincia dell’Aquila, a circa un’ora di macchina da Roma. Questo paesino di origine antiche, fra il VI e il V secolo a.C., posizionato sul dosso di una collina, a 750 metri di altezza, si presenta come una vera e propria fortezza.  Le case messe a schiera formano insieme alle mura e alle quattro torri che lo compongono una vera e propria cinta di difesa dai nemici che fin dal tempo dei romani lo volevano occupare ma, anche una sorta di protezione dalle calamità naturali. Anche il famoso terremoto del 1915 lo ha scosso ma non lo ha infranto.  In effetti, la presenza di cinque chiese e dei resti di un’abbazia benedettina raccontano chiaramente il valore che questo borgo doveva avere nei tempi passati. Oggi, vive di vita propria, abitato da non più di 200 abitanti, un paesino raro e prezioso. Perché dico prezioso, perché Corcumello non è solo ciò che lo caratterizza: chiunque desidera può  perdersi negli irti vicoletti che lo compongono, dove si sente forte l’acre odore dei camini, si può ascoltare il silenzio nelle fredde giornate d’inverno  o ammirare il paesaggio  dei Piani Palentini o ancora la vetta aguzza del monte Girifalco; ma, prezioso per la gente che ci vive , per la familiarità che vi si può respirare e per la disponibilità di queste persone nel raccontare la storia del loro paese che non è altro che la loro.

Ora vi dico come è andata. Arrivato, alle cinque del pomeriggio di sabato, all’agriturismo Le Acacie, dove avevo prenotato una stanza, ho avuto modo di conoscere Enza e Francesco, i titolari. Dopo aver consumato assieme una calda tazza di tè, ho chiesto loro qualche consiglio su come trascorrere il fine settimana. Francesco mi ha detto che avrebbe fatto volentieri da “Cicerone” per un giro in notturna del paese.  Poi, alle 20, potevo andare a Cese, un piccolo paesino a 4Km dove si teneva la sagra: Fornacelle e Cantinelle. Il giorno dopo, se mi fossi alzato di buon’ora, sarei potuto andare a vedere Tagliacozzo, un altro borgo a 10km di distanza ed, al ritorno, avrei visto Corcumello e le sue chiese prima di pranzare e di ripartire per Roma. Il programma mi sembrava perfetto.

San Lorenzo – Curcumello

<< La prima chiesa che puoi vedere qui – disse Francesco – salendo sulla destra è Sant’ Antonio la prima delle torri cilindriche risalenti al XV secolo. Questa è Piazza Allegria. Come vedi su quasi tutti i portoni vi è uno stemma che indica la famiglia di appartenenza. Questa è la Piazza centrale, da qui si sale verso il Palazzo dei conti De Pontibus- Vetoli. Vedi in alto lo stemma: i tre ponti sovrastanti un fiume scorrente. Ora ti racconto meglio: i De Pontibus erano potenti feudatari, possessori di numerosi feudi marsicani compreso Tagliacozzo. Nel 1340 persero la maggior parte dei loro feudi ad opera degli Orsini ad esclusione di Corcumello, dove si ritirarono e costruirono il complesso di palazzi legati alla primitiva torre cintata ora detta Castello Vetoli. I Vetoli erano una famiglia di ricchi proprietari terrieri, a cui i De Pontibus si legarono attraverso il matrimonio di un figlio per accrescere i possedimenti. Vieni, passiamo sotto quest’arco. Quella che vedi là in fondo è la Chiesa di San Lorenzo fuori le mura, nostro patrono >>. Anche se in questi giorni il paese vive in solitudine, mi racconta Francesco che in estate, il 9 e 10 di agosto si riempie di turisti e di gente che tornano per festeggiare il Santo e per partecipare alla famosa Sagra della Marrocca o pannocchia.

<< Qui, il cibo è buono e genuino e, stasera, te ne renderai conto. Ora torniamo indietro, si è fatta ora di cena >>.  L’atmosfera che si respira a Cese è meravigliosa:  gli odori che si mischiano assieme all’aria fredda, il fumo che viene dalle fornaci,  le luci delle candele, delle braci accese lungo il percorso del borgo, la gente seduta alle tavolozze comuni, il fragore e le parole masticate di chi entra nelle cantine per assaggiare le pietanze, gli gnocchi fatti a mano sul momento e cucinati nelle grandi pentole, il baccalà fritto, la pizza salata con i broccoletti e la pancetta, le vellutate autunnali dentro “lo pane copputo”, i fagioli con le cotiche, la porchetta e il vin brulé. Mi rendo conto che qui si può ancora sentire sulla pelle e nello stomaco le tracce di un’identità culturale mai dimenticata ed un forte sentimento di festa e di appartenenza alla terra e alle sue tradizioni. Le stesse che vengono raccontate, secondo Francesco, nella piazza centrale del paese dove gli sbandieratori vestiti ad arte manifestano al ritmo dei tamburi.

Il giorno dopo naturalmente mi sveglio tardi. In fondo sono venuto qui anche per rilassarmi. Ho giusto il tempo di andare in centro. Alle 11 si celebra la messa a San Nicola, la chiesa madre, la più importante. Vi trovo dentro qualche turista che, come me, è venuto a visitarla. Vi è un bellissimo organo del 1700 e un ambone del 1200. Pasqualino, il parroco ha le chiavi per visitare il giardino pensile all’interno del Castello Vetoli.

La settimana prima si è svolta la festa di San Martino. Vi è un torrione con una statua della Madonnina in una nicchia. Il panorama è stupendo, tutta la piana e il Monte Velino. Ai quattro punti dell’orizzonte mi indica i Santuari che vi sono sorti. Scendiamo in basso sulla strada e nascosta tra le mura vi è una porta. Si accede ad una chiesetta: Sant’Anatolia. Sono le 13.15 e, devo andare. Mi aspettano all’agriturismo mia moglie e mia figlia per pranzare. Ringrazio Pasqualino, la Sig.ra Marisa, la sacrestana e i suoi gatti. Chiedo a Francesco cosa offre di buono la tavola. Oggi la polenta fatta in casa con il sugo della carne e per secondo la salsiccia, le braciole e l’agnello alla brace. La torta alle mele e per finire la genziana, il liquore locale. Il tutto al tepore del nostro camino. Vi giuro amici miei, che in questo momento non ho nessuna voglia di ripartire. Mi sento bene e, grazie all’affetto che ho trovato, anche questo posto è diventata la mia casa.

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