CARNEVALE DI TUFARA: A SPASSO CON LA MORTE

Postato su Febbraio 15, 2017, 5:13 am
12  minuti

Siamo a Tufara, cittadina del Molise dove oscure presenze si aggirano per le strade.

di Boris Gagliardi

Capita anche a noi, presenze ultraterrene di dover fare dei piaceri ai nostri colleghi o di prendere il loro posto quando accade un imprevisto o vi è un affollamento spropositato di anime nere che in fila attende il nostro lasciapassare, per accedere oltre, oltre il cancello: in questo caso dell’Inferno. Così quel mio caro e vecchio amico di un Diavolaccio, vistosi in difficoltà non ha perso tempo per chiamarmi a consiglio e quasi quasi dispiaciuto delegarmi quella che doveva essere la sua ultima consegna nel mese di Febbraio e nei primi giorni di Marzo. Mi spiego meglio! Così ha esordito: «Excellentissima et capacissima et profundissima Amica Morte, le ultime vicessitudini ed accadimenti sulla Terra mi hanno così oberato di pratiche e di lavoro  che ho la necessità di delegarle un impegno, a cui tengo particolarmente.

Carnevale Tufara

Nella cittadina di Tufara si svolge già da tempo immemorabile una manifestazione del Carnevale che porta il mio nome e vede la mia figura ed immagine, in giro per le strade nel ruolo che mi è stato assegnato. Ora è mio onere e onore  ogni “feticissimo” anno andare a vedere e verificare che le cose siano fatte a puntino, con tutti i criteri che mi appartengono e se così si può dire: a ”lege Diavolis“. Posso contare sul suo aiuto? Gliene sarei grato». «Naturalmente» risposi «La cosa sarà fatta!». Mi collego immediatamente su Internet, raccolgo tutti i dati e le informazioni del caso. Dopodichè mi divertirò a passeggiare per le strade, tra la gente ed osservare. Nessuno si accorgerà della mia presenza, la mia maschera appartiene a tutti ma nessuno la vuole vedere, un po’ come la sua e sono curioso di scoprire come la gente comune ci rappresenta. La Morte scompare, eccola ricomparire in uno scantinato di una casa, poco lontano dal centro. All’interno si sta svolgendo il rito della vestizione. Il prescelto viene ricoperto dagli altri membri del corteo da una pesante casacca scura composta da sette strati, fatti di pelle di capra, cucite tra loro al momento. Il caprone era la forma in cui si presentava più spesso il Dio Dioniso. Il Diavolo indossa una maschera nera, sovrastata da due grosse corna, ornate con nastri rossi e dalla maschera pende una lunga lingua rossa. In mano porta un tridente di ferro con il manico di legno. In cantina l’aria è fredda ma una luce fatta di fuoco riempie gli occhi dei ragazzi. Una sorta di euforia mista ad eccitazione. Come se il potere demoniaco e bizzarro dell’abito che indossano si stia trasferendo nelle loro anime determinandone il carattere. Due figure vestite di bianco con un fez rosso in testa si imbrattano di farina e non riescono a stare ferme. Con un falcione in mano rappresentano me stessa, la morte. Quattro personaggi incappucciati, in abiti monastici e con la faccia annerita dal trucco portano catene ed un campanaccio. L’atmosfera che si è creata mi sembra congrua. Un sottile ghigno di piacere disegna la mia bocca. Il corteo esce di casa e inizia a scendere impetuosamente per le vie del paese. Dalle finestre la gente assiste alle acrobazie del Diavolo che salta e si rotola in terra, agitando e battendo il tridente sulle pietre delle strade e sugli usci delle case mentre le altre maschere tentano di prendere in ostaggio con le catene chiunque capita sul loro percorso. Il frastuono che deriva dalle grida animalesche ed inquietanti e dal rumore dei loro oggetti riempie l’aria e le orecchie. A nulla vale il suono del campanaccio che precede e avverte dell’arrivo del corteo. Le vie del paese sono strette e le porte diventano nicchie dove nascondersi sperando di non essere catturati. Ogni tanto una casa viene occupata all’interno per reclamarne vino e cibo. Anche la voce del popolo, il rumore della folla accorsa dai paesini vicini sembra aumentare il frastuono e reclamare la sua parte. Entriamo in piazza Largo del Carmine. Qui pare di essere in uno dei gironi dell’inferno. La gente accalcata si scansa al passare del corteo aprendo una breccia. Da un’altra parte un fiume di fuoco avanza. Una pila di uomini vestiti di un lungo mantello sfila come in processione portando addosso delle torce accese a forma di ventaglio (n’docce), facendole roteare. Ora quasi si soffoca per il caldo e per il fumo. Dal nuovo corteo si aprono due fila che costeggiano la piazza rincontrandosi dal lato opposto e chiudendosi in un cerchio. Due maschere bestiali vi si catapultano dentro. Una ha le sembianze di un Orso e l’altra di un Cervo. Anche il Diavolo le raggiunge dimenandosi nella danza. Le prime luci della sera scendono sulle case e la gente lentamente si dirige verso piazza Garibaldi. Lì si sta per svolgere il processo al Carnevale. Qualcuno mi offre del vino, lo tracanno. Le mie ossa si tingono di rosso, lasciandone una scia per terra. Mi apposto sopra un tetto per vedere la

Carnevale Tufara

scena. Sulla parte alta del torrione del castello medievale si decidono le sorti del Carnevale, nelle fattezze di un fantoccio di paglia. A lui sono addebitate tutte le sventure e le sciagure dell’anno. Il giudice e gli avvocati delle due parti discutono il caso. Ci sono pure il padre e la madre del Carnevale che implorano pietà. Ma a nulla sembrano valere le ragioni della difesa. Regolarmente il fantoccio viene gettato dall’alto nella piazza. Il diavolo fumando zolfo da tutte le parti si avventa sul poveretto facendone brandelli per poi portarlo altrove sulla rupe del paese dove viene lanciato nel burrone sottostante. Per fortuna un nuovo pargolo viene stretto dalle braccia della madre, simbolo del nuovo Carnevale che ci attende e che si ripete come ogni anno. Lentamente mi defilo dalla piazza e dalle vie del centro. Lì dove  le luci si abbassano e c’è più silenzio. La Quaresima è ormai alle porte. É tempo di digiunare, di riflettere ed aspettare.

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