IL MUSEO ETNOGRAFICO DELLA GALLURA E LA “FEMINA AGABBADÒRA”

Postato su Giugno 26, 2019, 3:57 pm
7  minuti

La Gallura: una ricchezza di storia isolana e l’antichissima e intrigante tradizione della “Femina Agabbadòra”

di Giada Carboni

In Sardegna, nella provincia di Gallura presso Olbia Tempio, nella città di Luras, è stato creato nel 1996 il primo Museo etnografico della Gallura all’interno di una palazzina di tre piani tipica del gallurese di fine Settecento. In mostra è allestita fedelmente la struttura interna di una casa con tutti gli utensili e gli arredi ricercati dall’appassionato di storia e tradizioni locali Pier Giacomo Pala con l’intento di preservare e tramandare le origini e le usanze del popolo sardo.

Museo etnografico della Gallura - © Vaghis - viaggi & turismo Italia - Tutti i diritti riservati

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Attraverso una sapiente e minuziosa documentazione di oggettistica, risalente al medioevo, sono stati raccolti più di sette mila utensili di raro pregio e dalle funzioni più impensabili se messi in relazione con la nostra epoca dominata dalla galoppante tecnologia industriale.

La casa ospita al piano terra la sala con strumenti agricoli e per la vinificazione, al primo piano la sala da pranzo con la cucina e la camera da letto e al piano superiore la sala con strumenti per la lavorazione della lana e del sughero.



Museo etnografico della Gallura - © Vaghis - viaggi & turismo Italia - Tutti i diritti riservati

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Era nella camera da letto che spesso si svolgeva l’affascinante tradizione della “Femina Agabbadòra”, tramandata oralmente e trascritta in epoca moderna da autorevoli studiosi di storia sarda come una particolare usanza ormai decaduta. Come viene spiegato dal curatore del museo, le ultime due testimonianze dell’apparizione della “Femina Agabbadòra” risalgono al 1929 e al 1942, nonostante si dichiari anche una data del nuovo millennio.



Descritta come un “amazzone a cavallo” da Franco Fresi, altro studioso di storia sarda, la “Femina Agabbadòra” era un personaggio richiesto dagli abitanti del paese in cerca di una soluzione indolore a fronte di una una sofferenza senza termine di un proprio famigliare. La “Femina Agabbadòra” svolgeva pertanto, secondo un preciso rituale, un’antica pratica simile all’eutanasia per la quale non veniva mai retribuita in denaro, considerato la “radice di tutti i mali” dalla dottrina di San Paolo.

Museo etnografico della Gallura: la “Femina Agabbadòra” - © Vaghis - viaggi & turismo Italia - Tutti i diritti riservati

Museo etnografico della Gallura: la “Femina Agabbadòra” – © Vaghis – viaggi & turismo Italia – Tutti i diritti riservati

Il suo solitario peregrinare a cavallo di casa in casa, a richiesta, si svolgeva soltanto nelle ore notturne al lume della sola lanterna che la “Femina Agabbadòra” portava con sé. Il suo abito era rigorosamente un mantello nero in cui si celava il volto e il suo particolare arnese dentro un sacco nero in orbace, chiuso da un laccetto di tessuto. Il difficile reperimento dell’unico e ultimo esemplare simile ad un martello, che impegnò il signor Pala in una ultradecennale ricerca tra le case e la popolazione locale, rende ancora più intrigante la figura della “Femina Agabbadòra”: un nome emblematico in dialetto sardo, il cui significato e traduzione in italiano, “colei che finisce”, spiegano l’importante funzione del suo rituale e del suo particolarissimo martelletto ligneo.

Il suo intercedere tra la vita e la morte si espletava seguendo un determinato rituale che, a tutt’oggi, rappresenta una secolare usanza unica al mondo per un trapasso indolore in ambiente domestico.

Museo etnografico della Gallura: la “Femina Agabbadòra” - © Vaghis - viaggi & turismo Italia - Tutti i diritti riservati

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