LA BALESTRA AVIGLIANESE, IL COLTELLO DELL’AMORE

Postato su Gennaio 10, 2017, 3:48 pm
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Il popolo di Avigliano, fiero e orgoglioso delle proprie origini, delle proprie tradizioni artistiche e culturali si identifica con un elemento; è un oggetto che costituisce il fulcro regionale dell’artigianato artistico lucano: la balestra

di Gianluca Grandinetti

Ricavata da corni di bufalo, la Balestra Aviglianese (si pronuncia Valestra), è un’arma da duello.
Alle sue origini, che risalgono al 1600, è legata una leggenda: in quel periodo, i fabbri erano mal visti poiché venivano considerati i responsabili per aver creato i chiodi per crocifiggere Cristo. Un uomo, che di mestiere faceva proprio il fabbro non riusciva a trovare moglie.

Balestra Aviglianese

Fino a quando un giorno, il giovane triste e sconsolato, conobbe una trovatella, tra i due nacque l’amore e decisero di sposarsi.
Il feudatario dell’epoca pretese lo ius primae noctis, una regola che imponeva alla futura sposa, di passare la notte prima delle nozze nel castello del feudatario.

Fu allora che il fabbro, per difendere l’onore della sua amata, inventò la micidiale balestra, una lama sottile e affilata che si poteva nascondere tra le vesti. La futura sposa per difendersi dall’oltraggio pugnalò il feudatario che morì sanguinate in un angolo di Avigliano, proprio nel quartiere più antico di Gret a Rocc che ancora oggi è chiamato Cavalcavia del Riscatto.
Fu così che dal 1700 la fabbricazione del pugnale raggiunse alti livelli artigianali con lame incise o manici decorati. Un’arte che ad Avigliano è arrivata fino ai giorni nostri.
La balestra è costituita dalla punta del corno che deve essere piena, a questa viene creato un incavo per poter posizionare la lama mentre agli apici vengono applicate le varole ossia le molle per poter aprire e chiudere il pugnale.

Realizzata interamente a mano, la balestra deve avere tre caratteristiche precise: la forma della lama a foglia di olivo, lo scolasangue, ossia la presenza di alcune incisioni da dove scorreva appunto il sangue dopo aver procurato ferite non rimarginabili e, infine, i tre scrocchi cioè l’apertura a molla in 3 tempi. Questo aveva un significato simbolico. Essendo un’arma da duello, con il primo scrocchio si minacciava, con il secondo si accettava la sfida, ed il terzo rendeva l’arma micidiale: la lama infatti una volta diventata fissa non era richiudibile quindi iniziava il duello vero e proprio secondo le tecniche della scuola schermistica spagnola, mantello o giacca a difesa su di un braccio e pugnale nell’altro.

Le dimensioni di quest’arma variano, chiusa, è lunga dai 12 ai 28 centimetri; aperta, dai 22 ai 52,5. Quelle dei briganti erano di dimensioni maggiori forse anche il doppio.
Si narra che, quando i briganti dovevano armare i nuovi arrivati, ordinavano agli artigiani di costruire i pugnali. Uno dei briganti più temuti del tempo era Ninco Nanco famoso per le sue doti di guerrigliero, per la sua freddezza e per la sua agilità nell’usare la balestra.

La balestra Aviglianese

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